Monti di Sarno – Monti d’Avella – Montevergine

L’ unità idrogeologica dei monti di Sarno – Avella e Vergine è delimitata a nord dalla discontinuità strutturale Arpaia Cancello, a nord-ovest dai depositi terrigeni del «bacino lrpino », a sud dalla valle del Solofrana e ad ovest dai depositi quaternari della conca Campana.

All’interno dell’unità idrogeologica, la faglia inversa Monteforte lrpino-Baiano e la sua naturale prosecuzione nella dorsale di Avella (fino ad Arpaia) sembrano delimitare un’area di alimentazione comune alle sorgenti Mofito e Calabricito, oltre che al gruppo di Sarno. Ne consegue che la parte occidentale della dorsale di Avella, la quale alimenta le sorgenti di Cancello, trae una certa aliquota di acque anche da monte Vergine, in senso stretto.

Per quanto riguarda le sorgenti del fronte acquifero di Sarno, c’è da osservare che esse rappresentano più punti di sfioro di un’unica falda. Le sorgenti Santa Marina e San Mauro hanno, comunque, una parte di bacino parzialmente autonoma, la cui esistenza è stata verificata da indagini idrochimiche. Le indagini idrogeologiche condotte in sito hanno evidenziato che le acque di queste due ultime sorgenti circolano anche in prodotti piroclastici, probabilmente nelle valli di Siano e Bracigliano, oltre che nella valle del fiume Solofrana. Le sorgenti Lauro e Labso, infine, sono in diretta comunicazione con l’inghiottitoio della conca endoreica di Forino, dalla quale ricevono un’alimentazione consistente nel periodo invernale.

Le portate medie annue delle predette sorgenti possono essere così riassunte:

  • Gruppo Calabricito  portata in media annua   =    800  l/sec.
  • Sorgente Monito     portata in media annua  =    500  l/sec.
  • Santa Maria la Foce  portata in media annua  =  3.800  l/sec.
  • Sorgente Mercato e Palazzo  portata in media annua = 3.000  l/sec.
  • Sorgente Cerola  portata in media annua  =  500   l/sec.
  • Sorgente S. Marina di Lavorate  portata in media annua = 1.800  l/sec.
  • Sorgente S. Mauro   portata in media annua =   300   l/sec.
  • Sorgente Laura e Labso  portata in media annua   =  30   l/sec.

 Sabino Aquino

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Monti Accellica – Licinici – Mai

Una potente ed estesa coltre di depositi terrigeni “impermeabili” borda, in modo uniforme, a nord-ovest e a sud il gruppo montuoso dei monti Accellica – Licinici – Mai. In direzione ovest la predetta impalcatura lapidea è delimitata della faglia dell’Irno – alta valle Solofrana; a Nord e ad Est, infine, si possono rilevare notevoli dislocazioni tettoniche che portano i predetti monti ad adagiarsi agli altri massicci carbonatici che costituiscono la catena monti Picentini.

Nel cuore del massiccio è possibile distinguere un’area nord-occidentale costituita da calcari (Monte Garofano), la cui circolazione idrica sotterranea non origina puntuali ed importanti recapiti. Essa, infatti, alimenta preferibilmente le alluvioni dell’alta valle del Solofrana, le cui acque affiorano solo in parte in corrispondenza del gruppo sorgivo di

  • Mercato Sanseverino (portata media di 600 l/sec).

Autonomo, dal punto di vista idrogeologico, può essere considerato il vasto comprensorio calcareo del Monte Stella. Ciò in considerazione del fatto che tale zona si trova tettonicamente sovrapposta alla formazione geologica costituita dal Trias dolomitico. Da quest’ area provengono i deflussi idrici sotterranei che, attraversando la coltre della copertura quaternaria, alimentano il gruppo sorgivo

  • La Sordina (portata media di circa 50 l/sec).

Per tali condizioni litostratigrafiche e tettoniche i deflussi idrici sotterranei sono notevolmente condizionati dalla distribuzione dei terreni impermeabili che bordano le strutture montuose. Comunque, va anche evidenziato che l’origine di alcune scaturigini è da ricondurre alla giacitura dei calcari marnosi del Carnico intercalati nelle formazioni dolomitiche.

Sabino Aquino

Struttura Montuosa Cervialto – Polveracchio- Raione

La struttura dei Monti Cervialto-Poveraccio-Raione è bordata a nord-ovest e a nord-est da formazioni geologiche scarsamente permeabili riconducibili alle unità “Sicilidi” e “Irpine”. L’unico importante recapito della falda di base del massiccio è rappresentato dal gruppo delle sorgenti di Caposele (Sanità), che scaturiscono a circa 420 metri di altitudine e hanno una portata media di circa 4000 l/sec, utilizzate per scopi idropotabili dall’ Acquedotto Pugliese S.p.a.

Una estesa faglia regionale, avente caratteri di trascorrenza, è improntata in corrispondenza del limite nord-occidentale del predetto gruppo montuoso. Tale dislocazione tettonica, unitamente ai materiali dolomitici che in prevalenza costituiscono l’impalcatura lapidea della struttura non permettono apprezzabili interscambi idrici con il massiccio del monte Terminio.

Le formazioni dolomitiche affiorano inoltre nella parte meridionale del comprensorio ove è presente una discontinuità idrogeologica tra il monte Cervialto ed il Monte Accellica. Il limite sud-orientale infine è solcato dalla direttrice Acerno – Calabritto che presenta evidenti caratteri di compressione, solo parzialmente occultati dalla tettonica recente. Tali implicazioni tettoniche hanno comportato l’accavallamento della struttura prevalentemente dolomitica del Polveracchio  su  quella del Cervialto.

I deflussi idrici sotterranei hanno una direttrice preferenzialmente meridionale. Ciò, unitamente alla complessa ed articolata situazione strutturale del massiccio porta ad escludere notevoli  interscambi idrici con il limitrofo monte Polveracchio.

Tutta la idrostruttura del Cervialto è interessata da una fitta rete di faglie che hanno attivato in più cicli la fenomenologia carsica che è ampiamente improntata nell’ambito della intera impalcatura lapidea del Cervialto. L’evoluto carsismo condiziona in modo marcato la circolazione idrica sotterranea. Anche questa idrostruttura, come il massiccio del Terminio-Tuoro, è caratterizzata dalla presenza di una grande conca endoreica (Laceno), tributaria del fiume Sele per le acque sotterranee e del bacino del Calore (attraverso la grotta di Caliendo) per quelle superficiali. L’assetto strutturale del monte Polveracchio condiziona molto la circolazione idrica sotterranea. Infatti, la stessa si presenta molto frazionata ed i recapiti preferenziali della falda risultano numerosi.

Le sorgenti e i gruppi sorgivi più importanti  della struttura del Monte Polveracchio-Monte-Raione possono essere così riassunti:

  • Gruppo Acquara – Ponticchio portata media   150  l/sec
  • Gruppo Piceglie – Abazzata  portata media    300  l/sec
  • Gruppo Acqua bianca  portata media   150  l/sec.
  • Gruppo Pozzo San Nicola  portata media      180  l/sec
  • Pisciarello   portata media    100  l/sec
  • Gruppo Sant’ Oronzo  portata media      100  l/sec
  • Gruppo Contursi Bagni  portata media        5  l/sec
  • Gruppo Contursi Terme  portata media      600 l/sec
  • Gruppo Stretta di Acerno portata media    800 l/sec
  • Gruppo Astratto – Acqua Bona – Deserto portata media   150  l/sec
  • Gruppo Rainosa  portata media     100  l/sec
  • Gruppo San Filippo e Giacomo   portata media    150  l/sec
  • Gruppo Tenza portata media    400  l/sec.

Sabino Aquino

Idrostruttura del Terminio – Tuoro

Il massiccio carbonatico del Monte Terminio-Tuoro è sede di cospicue emergenze basali (portata media annua pari a circa 5 mc./sec.), a cui corrispondono rendimenti dell’ ordine di 40 l/s/Km2, nettamente superiori a quelli degli altri massicci carbonatici dell’Appennino Meridionale costituisce la parte settentrionale dell’esteso sistema orografico dei Monti Picentini. Nell’ambito di tale sistema il massiccio presenta una evidenza morfologica piuttosto netta, in quanto separato dal resto dei rilievi dal fiume Sabato a Sud-Ovest e dal fiume Calore ad Est.

Litologicamente i rilievi del Terminio-Tuoro sono formati da una potente successione carbonatica con alla base terreni dolomitici evolventi, verso l’alto, a litotipi calcarei; in affioramento prevalgono infatti questi ultimi, mentre quelli dolomitici sono rappresentati in limitate aree nella parte più meridionale dei rilievi. Le buone caratteristiche di permeabilità delle rocce che formano il massiccio consentono, inoltre, un’elevata infiltrazione delle acque meteoriche che vanno ad alimentare un’attiva circolazione idrica sotterranea.

Dal punto di vista geochimico, le acque sorgive del Terminio-Tuoro, sono acque mediominerali bicarbonato alcalino-terrose aventi una durezza variabile tra i 16 e 18 gradi francesi, quindi acque mediamente mineralizzate. Hanno un rapporto in concentrazione calcio/magnesio ottimale.

Dal punto di vista igienico, sono acque con indici chimici di  inquinamento  ed  indici  batteriologici sempre assenti.I principali recapiti esterni di questa idrostruttura sono costituiti da seguenti gruppi sorgentizi:

  •   Gruppo Cassano Irpino      portata in media annua     =   3100  l/sec.
  •   Gruppo Serino                       portata in media annua    =   2000  l/sec.
  •   Sorgenti Sorbo Serpico       portata in media annua   =     160  l/sec.
  •   Sorgente Baiardo                  portata in media annua  =     300  l/sec.
  •   Sorgenti Alte del Calore      portata in media annua   =     150  l/sec.

 

Sabino Aquino

Civita

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PRIMA DI ROMA

La Campania già all’inizio del primo millennio costituisce il punto di passaggio obbligato sulle rotte commerciali della Sicilia e del Mediterraneo orientale, garantendo il controllo del mar Tirreno.

A partire dal IX secolo a.C. genti di stirpe etrusca (proto-etruschi di cultura villanoviana) si insediano stabilmente nella regione, costruendo villaggi di capanne, in particolare attorno ai centri delle odierne Capua, Pontecagnano e Sala Consilina, nel cuore delle aree più fertili.

Nel corso dell’VIII secolo a.C., con il pieno accordo e sostegno degli etruschi, favorevoli all’istaurarsi di relazioni commerciali con l’Oriente ellenico, avviene in Campania l’insediamento dei coloni greci.

Nel  VII secolo i villaggi etruschi, a seguito del contatto col mondo greco, registrano un’evoluzione societaria e si danno un primo assetto urbanistico. Sono di accertata origine etrusca i centri di Capua, Pontecagnano, Nola, Acerra e Nocera, molto presumibilmente Suessola, Ercolano, Pompei, Sorrento, Fratte di Salerno. Resta comunque la quasi totale incertezza sulla localizzazione, così come sui nomi, di gran parte di questi centri.

Nel VI secolo a.C.la colonizzazione etrusca conosce  una seconda fase, caratterizzata dalla preminenza dei traffici commerciali, che ne rende floride le città, principalmente Capua, dove si afferma una nuova compagine sociale che si sostituisce alle aristocrazie gentilizie del secolo precedente.

L’arresto generale dell’espansione etrusca comincia sul finire del VI secolo, quando Roma e i Latini si liberano dalla loro supremazia. I centri etruschi in Campania rimangono isolati e si indeboliscono ulteriormente dopo la sconfitta navale subita a Cuma nel 474 a.C. ad opera della flotta siracusana.

Di lì a poco l’Etruria campana è definitivamente sopraffatta delle popolazioni indigene e nel 423 la stessa Capua viene conquistata dalle popolazioni di etnia osco-sabella. Non è da escludere che allo spirare del V secolo tutti i centri d’origine etrusca della Campania subiscano le stesse sorti di Capua.

Tracce di questa vicenda storica, sulla base delle principali testimonianze archeologiche, non è impossibile ritrovarle nell’ambito geografico della valle del Sabato e del suo centro principale.

Il fiume Sabato costituiva una grande via di penetrazione tra il Beneventano e il Salernitano nel periodo sannitico e in età arcaica, non meno che in quello romano e medievale. Il nome del fiume non appare nell’antica letteratura, tuttavia gli abitanti che risiedevano nella valle, come detto, erano chiamati Sabatini. Nel territorio della valle in età arcaica l’occupazione del territorio appare diffusa e costituita da piccoli nuclei sparsi, il cui elemento di aggregazione e di collegamento è il fiume, polo di attrazione delle popolazioni che ne occupano le due rive.

Dati utili (VI-V secolo a.C.) provengono soprattutto da materiali rinvenuti alla località Soprapiano di Capriglia e nell’area dell’ex Ospedale di Avellino, al viale Italia. In particolare Soprapiano doveva costituire uno dei centri fortificati della comunità paganica.

La stessa funzione poteva avere, sulla riva destra del fiume, Castelluccio di Santo Stefano del Sole, insediamento collinare da cui è possibile una vista a lungo raggio e quindi il controllo di tutta la zona sottostante, documentato da materiali ceramici, arcaici e sannitici, mentre tutta l’area posta ai piedi della collina di Santo Stefano era adibita a produzione agricola.

Nel corso del IV secolo si regista un incremento quasi improvviso di testimonianze archeologiche, che documentano una occupazione stabile di alcune aree collinari poste in posizione di controllo di importanti nodi di viabilità naturale e delle pianure sottostanti.

I materiali provengono da tombe risalenti ad un periodo che va dal pieno IV secolo agli inizi del secolo successivo, poste lungo la riva destra (Serino, Santo Stefano del Sole, Candida, Manocalzati e Pratola Serra) e la riva sinistra (Cesinali, Avellino, Capriglia e Altavilla Irpina) del fiume Sabato e documentano la presenza di genti di stirpe sannitica.

Si consolida in questa fase la struttura abitativa paganico-vicana con l’organizzazione del paesaggio rurale circostante in insediamenti sparsi, cui rimandano i recuperi di piccole necropoli. Tutta l’area comprendente le colline di Pratola Serra in località Santo Iorio e Serritiello, e Ponte Sabato in posizione di fondovalle, ha restituito un considerevole numero di tombe che testimoniano, tenuto conto anche delle caratteristiche topografiche differenti, funzioni diversificate. Alcune tombe rinvenute a Ponte Sabato, in prevalenza a cassa e addensate intorno a una a camera, fanno pensare a raggruppamenti familiari e alla presenza di un elemento gerarchicamente superiore in una comunità che dimostra articolazione sociale. Il rituale sembra prevedere la rottura e la bruciatura dei vasi, i cui frammenti sono deposti nella tomba del defunto di sesso maschile in onore del quale si era compiuta una libagione. Le forme ricostruibili dai numerosi frammenti appartengono a coppine, piatti, lekanai. Nelle tombe maschili sono attestate le cuspidi di lancia in ferro. L’insediamento di Ponte Sabato è connesso con la località Cesine di Candida, dove alcuni reperti indicano la presenza di un nucleo abitato di fine IV inizi III secolo a.C., e con Fontanelle di Manocalzati. Questi siti, che rispondono alle esigenze di probabili villaggi aperti verso la pianura, possono essere messi in rapporto ad altri nelle immediate vicinanze che rispondevano a esigenze difensive, quale San Barbato di Manocalzati ed il centro di Candida (Gabriella Pescatori).

Accanto ai villaggi aperti di pianura (vici), documentati da necropoli, erano situati i santuari, che rappresentavano i principali luoghi di aggregazione. In base alla tipologia e alla cronologia dei materiali rinvenuti, è possibile porre proprio a partire dal IV secolo l’utilizzo dell’area di Civita di Atripalda per questa funzione comunitaria. Il sito non è in posizione molto elevata, ma è tale da favorire i traffici e le relazioni, in quanto posto alla confluenza del rio Fenestrelle-Rigatore con il Sabato, all’incrocio di una importante direttrice viaria. L’area assolveva sia a una funzione sacrale, ovvero era  identificabile come spazio di santuari, ove le comunità sannitiche svolgevano attività amministrative, politiche e religiose, ma era anche centro di mercati, costituendo una cerniera rispetto agli insediamenti limitrofi.

Arriviamo agli ultimi decenni del IV secolo.

Dalla Macedonia due grandi armate partono in opposte direzioni alla conquista del Mondo. La prima si dirige a Oriente, sotto la guida del giovane re Alessandro, figlio di Fipippo. Arriverà sulle rive dell’Indo, realizzando l’impero più vasto mai conosciuto. La seconda si dirige in Occidente, nel Sud dell’Italia conteso fra i greci di Taranto e i popoli italici d’etnia osco-sannita, ed è guidata da Alessandro il Molosso, fratello di Olimpiade, madre di Alessandro Magno, e nello stesso tempo sposo di Cleopatra, sorella di Alessandro. A Pandosia (non lontano forse dall’odierna Cosenza) le falangi di Alessandro il Molosso nel 331 sono fatte a pezzi dall’esercito della lega dei popoli italici (Bruzi, Lucani e Sanniti) e s’infrange il sogno macedone di conquistare tutto il mondo conosciuto. Forse fra i vincitori di Alessandro il Molosso si annoverano anche i guerrieri provenienti dalla terra dei Sabatini, la città osco-sannita di origine etrusca edificata sul plateau tufaceo nel cuore della valle del Sabato.

Gli stessi guerrieri dieci anni dopo probabilmente partecipano al fianco dei fratelli della Lega Sannitica alla mitica battaglia delle Forche Caudine, dove temporaneamente si infrange lo slancio della nascente potenza di Roma e nasce il mito dell’invincibilità dei Sanniti.

A partire proprio dal III secolo a.C. il centro sulla Civita tende a svilupparsi sempre di più, ipotesi confermata dalla costruzione delle mura di difesa del luogo. Un tratto della fortificazione urbana (tre assise), che difendeva l’insediamento, si è rinvenuto sul lato settentrionale: il muro è costruito in opera quadrata con blocchi di tufo parallelepipedi. La tecnica edilizia segna l’influenza dei centri più evoluti della Campania e le mura di difesa evocano momenti difficili, caratterizzati dalle guerre con Roma (IV-III secolo a.C.).

Il centro pre-romano, quale che sia il suo nome, segue presumibilmente le successive vicende della Lega Sannitica, passando attraverso le sconfitte della seconda e terza guerra contro Roma, poi della disfatta di Taranto, fino a passare, sia pure con riluttanza, nel campo di Roma, per restarvi fino alla guerra annibalica.

Non è da escludere che Tito Livio identifichi negli Irpini che combattono a Canne proprio i Sabatini, ovvero i cittadini di questo antico centro (in effetti Tito Livio nel Libro XXII, quando parla dei popoli che dopo Canne defezioneranno, associa a Capua, Calatia e Atella, gli Irpini, mentre nei Libri XXVI e XXVI, quando parla delle punizioni inflitte dai Romani, associa – sempre a Capua, Calatia e Atella – i Sabatini).

Silio Italico, nella minuziosa rassegna dei popoli italici schierati al fianco di Roma a Canne, si limita a distinguere nettamente gli Irpini dai Sanniti, e qui non sarebbe da escludere che col termine Irpini identifichi principalmente le popolazioni della valle del medio Sabato  e col termine di Sanniti le popolazioni del resto dell’Irpinia, incentrate essenzialmente nelle valli dell’Alto Calore e dell’Alto Ofanto (all’epoca sia i Caudini che i Pentri non costituivano più entità politiche dotate di autonomia).

La città romana

Dopo le dura punizione inflitta da Roma alla fine della guerra annibalica, di cui si è detto, è presumibile che l’originaria popolazione sia stata ridotta in schiavitù e deportata.

La tradizione storiografica attesta in ogni caso la deduzione sul sito della Civita di una colonia di età graccana, sulla base di un passo del Liber Colonarium: “Abellinum, muro ducta colonia, deducta lege Sempronia” (L. I, 229,16 18). Tale deduzione è ipotizzata dagli studiosi per il titolo di Veneria della colonia e la presenza di praetoresduoviri quale magistratura suprema. La deduzione della colonia dovette accentuare il processo di urbanizzazione, favorendo la concentrazione di interventi pubblici e privati nell’ambito del centro. A questo momento si possono far risalire alcune strutture murarie in opus incertum ed alcuni elementi decorativi da monumenti funerari. Werner Johannowsky in un’area pianeggiante nella zona di Serino ha individuato una divisione agraria (centuriazione) con la misura ricorrente di 13 actus, che potrebbe identificare le assegnazioni graccane post-annibaliche. In questo periodo è dimostrato l’utilizzo dell’agro pubblico con numerose assegnazioni in Irpinia (si registrano vari rinvenimenti dei cippi graccani del 129 a.C. nel territorio tra Abellinum, Aeclanum e Compsa), e va annotato che le iscrizioni lapidee provenienti dalla colonia romana di Abellinum e dal suo territorio, ad eccezione delle poche inedite venute alla luce durante i lavori successivi al terremoto del 1980 o nel corso di più recenti scavi, sono raccolte per la maggior parte nel  vol. X del CIL

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Va comunque rilevato che non vi è a oggi pieno accordo accordo tra gli studiosi sul momento della nascita della colonia e sulle rifondazioni della stessa succedutesi nel tempo: se è vero che sulla base del Liber coloniarum e della titolatura della colonia viene ritenuta da alcuni di età graccana (in paricolare Beloch), da altri è ritenuta di età sillana, né mancano autorevoli studiosi che la collocano in età augustea (Mommsen e da ultimo Camodeca).

Le testimonianze materiali di Abellinum romana

La ricerca archeologica, iniziata nel 1975 nell’area urbana dell’antica città, ha permesso di individuare una doppia cinta muraria. La prima, in opus quadratum (grossi blocchi di tufo giallo), da riferire al III secolo a.C., porta all’identificazione dell’oppidum originario. L’altra, in opus reticulatum, di cui è possibile seguire l’intero circuito, con torri semicircolari allineate alla cinta, è da riportarsi della colonia romana di età tardo repubblicana. Il circuito delle mura delimita l’intera collina della Civita di Atripalda per una lunghezza di circa di 2 km, racchiudendo la città antica che occupa una superficie di circa 25 ettari. L’intervento edilizio del circuito murario attestava espressamente lo scopo difensivo, garantiva sicurezza alla colonia da attacchi esterni e forniva una cinta daziaria all’abitato che, sorto su una via di comunicazione importante, il raccordo tra l’Appia e la Capua-Rhegium, doveva essere un centro di sicura rilevanza commerciale.

L’impianto originale delle mura presenta una cortina rettilinea, dello spessore costante di circa 3 m alla base e di circa 2 m nella parte più alta, con tufelli di forma piramidale, con andamento abbastanza regolare; internamente sono visibili pilastri rettangolari, che ricordano la fortificazione pompeiana di età sannitica, con testate in tufelli, che si susseguono alla distanza regolare di 3,50 m. Sono riconoscibili lungo il circuito due torri a pianta semicircolare, mentre una, riferibile ad epoca più tarda, impostata su una più antica, è a pianta rettangolare; nell’angolo meridionale, alle spalle della chiesa della Maddalena, si conserva l’emplecton di una torre circolare. Tale disposizione, caratteristica di un tipo di fortificazione frequentemente adottato dagli architetti militari romani, trova riscontro nella cinta muraria di Aeclanum.

Il sistema stradale interno è appena individuato con le due arterie principali, il cardo e il decumano massimo. A nord di questo, nel settore orientale della città, un importante complesso residenziale si affaccia alla sommità delle mura e comprende un intero isolato della città: una domus di tipo pompeiano ad atrio e peristilio che, per il suo impianto definitivo, è riferibile cronologicamente agli inizi del principato.

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La domus mantenne certamente, almeno sino ad età severiana, il suo aspetto di dimora residenziale unitaria; viceversa, durante il tardo Impero, cadde in abbandono per gran parte della sua estensione, presumibilmente in conseguenza di un terremoto (346 d.C.), continuando a vivere attraverso il riutilizzo di determinati ambienti.

Il primo impianto della domus risalirebbe al periodo proto-augusteo, come suggerisce il ritrovamento di un signaculum di Marcus Vispanius Primigenius, probabilmente un liberto di Agrippa, genero di Augusto.

Ad ovest della domus è ubicata l’area destinata agli edifici pubblici, con l’impianto termale che veniva a disporsi parallelamente al decumano. Recenti scavi hanno permesso di individuarne diverse fasi costruttive: la prima,  costituita da strutture murarie in opus incertum, si riconduce alla cronologia alta della colonia, di età graccana, che precede quella in opus reticulatum di età tardo repubblicana. Non mancano rifacimenti tardo-antichi, con presenza di tombe intra muros, obliterate da un’eruzione vesuviana ascrivibile tra il 472 e il 507 d.C., che testimoniano il periodo di abbandono del centro.

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Il rinvenimento di iscrizioni onorarie, basi di statue, vasti ambienti con mosaici policromi e la presenza dell’edificio termale confermano che il settore nord orientale della città è da identificarsi con il foro. Dell’edificio termale è visibile il sistema di riscaldamento ad ipocausto, con pavimento poggiante su pilastrini di mattoni (suspensurae). L’anfiteatro, ora ricostruito nella sua planimetria, era situato fuori le mura, nel settore meridionale della città, e sfruttava una depressione naturale. Il sistema stradale interno, da mettere in relazione con le porte della città, permette di ipotizzare un accesso nel settore meridionale. Un altro ingresso alla città era ad est (la cosiddetta Porta decumana), da cui si dipartiva la via verso Oriente (Aeclanum). La necropoli pagana, situata lungo tale arteria, esplorata dal 1986, ha confermato un utilizzo della stessa anche da parte della comunità cristiana.

Nel 1983 una esplorazione archeologica nella necropoli meridionale (già individuata nel XIX secolo), lungo la direttiva che collegava Abellinum con la regione nocerina, ha restituito tombe tipologicamente differenziate: recinti funerari con ipogei, tombe “alla cappuccina”, sia ad inumazione che ad incinerazione, con defunto in anfora, sarcofagi in terracotta e piombo con un arco cronologico dalla fine del I al V secolo d.C.

Preziose sono le informazioni su alcuni importanti edifici, le cui rovine, ora interrate e in parte scomparse, potevano osservarsi nel primo ventennio del presente secolo. Francesco Scandone scrive nel 1930: “Appena dieci anni or sono nel centro della Civita si vedevano due grandiose aree con avanzi di muri perimetrali, e con tracce di pavimentazione, il più ampio di questi fabbricati, che ritengo doveva essere la basilica, aveva i muri elevati su forti basamenti calcarei, e rivestiti con marmi alternati a mattoni triangolari o quadrati, la platea aveva traccia di pavimentazione a mosaico (opus settile) e conteneva numerosi avanzi di capitelli corinzi e di trabeazioni con architravi a trave o lisci oppure finemente lavorate a mensole e rosoni”. Lamenta lo storico: “tutto questo è stato asportato e tuttora continua la devastazione, perché è stata aperta una cava di tufo, proprio in mezzo al fabbricato, ed i muri a mattoni sono stati demoliti per liberare i grandi lastroni di marmo nel basamento. L’altro edificio, forse la Curia, è stato distrutto da un’altra cava di tufo, e sono rimasti in piedi alcuni tratti di muri a mattoni o a reticolato. Qui … potei scorgere alcune lastre marmoree, tolte al loro sito primiero. Il colono pretendeva che appartenesse ad una fontana monumentale, anch’essa distrutta”.

Per il periodo augusteo, a cui si riferisce anche la costruzione del grande acquedotto romano  Fontis Augustei Aquaeductus posto nel territorio della colonia, si hanno numerose testimonianze, soprattutto per quanto attiene alla produzione di monumenti commemorativi e funerari.

A tale periodo infatti si riferisce l’impianto complessivo degli edifici pubblici, in opera reticolata, il quale costituì una tappa fondamentale dello sviluppo sociale ed economico di Abellinum, soprattutto per l’arrivo di genti nuove, connesso ad una febbrile attività edilizia. Investimenti assai remunerativi in imprese produttive, quali le industrie laterizie, sorsero numerose per far fronte alla simultanea e cospicua domanda di materiali da costruzione, secondo un processo destinato ad accentuarsi e a raggiungere il suo culmine tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. La presenza ad Abellinum di una tegola menzionante i magistrati eponimi (duoviri) fa ritenere non improbabile l’esistenza di una officina laterizia pubblica.

Per il periodo successivo, sino alla metà del IV secolo a.C., sono invece alquanto scarse le informazioni. Una dedica all’imperatore Gordiano III del 240 d.C. testimonia una deduzione di coloni voluta da Alessandro Severo, che rientra probabilmente nell’ottica della politica agraria perseguita in Campania. A quest’epoca si riferiscono la costruzione della basilica e, presumibilmente, molti rifacimenti e restauri in opere di edilizia pubblica e privata che gli scavi ci hanno documentato.

Nel corso del IV secolo l’opera più importante è il restauro, per volontà dell’imperatore Costantino, dell’acquedotto augusteo, il che dovette costituire un segno di vitalità per la stessa colonia. Le recenti ricerche archeologiche hanno permesso di attestare la sopravvivenza della città non solo all’evento sismico del 346 d.C. ma anche ad un’eruzione del Vesuvio della fine del V inizi del VI secolo d.C. Ma da questo momento si manifestano evidenti i segni, attraverso una radicale trasformazione dello spazio urbano e dei modi di occupazione del territorio, che ben collocano Abellinum, con Cimitile, Napoli e Capua, tra i centri più importanti della Campania cristiana antica.

La tomba “macedone”

Abbiamo visto, fra le innumerevoli testimonianze materiali della Civita,  che non mancano quelle, al momento esigue, che attestano per la città un’origine ben più remota, fra cui spicca il tratto di mura costruito in opera quadrata con blocchi di tufo parallelepipedi rettangolari rinvenuto sul lato settentrionale, la cui epoca di realizzazione è stata ipotizzata nel III secolo a.C..

La testimonianza più significativa riconducibile all’età pre-romana è però costituita da una tomba a camera portata alla lucea fine Ottocento in località Maddalena, inspiegabilmente poco o per niente presa in considerazione negli studi più recenti.

La tomba venne alla luce a una profondità di circa cinque metri, il giorno 9 settembre del 1881, nel corso dei lavori di realizzazione della strada di collegamento fra il centro di Atripalda e la Stazione Ferroviaria; nelle sue immediate adiacenze furono portati alla luce i resti di un’antica strada selciata e alcune tombe alla cappuccina, poi andate distrutte.

A inizio Novecento la tomba venne nuovamente interrata, per essere riportata alla luce nell’anno 1954, senza che fossero realizzate opere a tutela della sua integrità né per renderla accessibile. È nota una lettera scritta verso la metà degli anni Cinquanta da Giovanni Oscar Onorato,in cui è menzionata “una tomba a camera in ottimo stato di conservazione ” con riferimento a una dettagliata descrizione di Antonio Sogliano, accompagnata da un disegno attribuito allo stesso autore, che comprende la pianta della tomba e due sezioni ortogonali.

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Rilievo delle tomba, attribuito a Sogliano

La tomba è stata utilizzata come rifugio antiaereo durante l’ultima guerra mondiale, ed era ancora accessibile nel secondo Dopoguerra. Dagli inizi degli anni ’60 si sono susseguite varie segnalazioni, delle quali in particolare va ricordata quella di Consalvo Grella, direttore emerito del Museo Irpino, che ne sollecitavano la salvaguardia, proponendone il trasporto ai locali del Museo.

Di essa poi si perse ogni traccia. Molti ritengono che la sepoltura sia stata travolta dagli spregiudicati interventi edilizi del secondo Dopoguerra, altri hanno continuato a sperare che fosse stata semplicemente interrata, ma integra.

La tomba è stata ritenuta dalla maggioranza degli studiosi risalente alla prima età imperiale, fino a quando un’interessante ricerca di Antonietta Simonelli (avviata nel 1994 su impulso del prof. Carlo Franciosi) non ha gettato una luce nuova sullo straordinario monumento, spostandone all’indietro di vari secoli la datazione e arrivando alla conclusione che la presenza della tomba principesca dà corpo all’ipotesi dell’esistenza di un importante centro abitato pre-romano, governato da una élite di etnia osco-sannita che compiva scelte orientalizzanti per motivi di autorappresentazione.

La tomba è costruita a corsi regolari di grossi blocchi squadrati di pietra calcarea, coperta da una volta a botte anch’essa in blocchi di pietra squadrati. Essa ha un pavimento lastricato e vi si accede attraverso una porta in pietra decorata da grosse borchie e kline sul fondo costituita da un sol pezzo di calcare con cuscini e piedi torniti a rilievo. La ripida scalinata d’accesso, compresa tra due muri in opera reticolata, con l’ultimo dei dodici gradini già dentro la camera funeraria, attesta un riutilizzo della sepoltura in età romana, il che avrebbe generato l’incertezza della datazione. La studiosa ipotizza, con buona ragione, l’avvenuta rovina di un vano con funzione di anticamera.

Il monumento richiama le tombe con copertura a volta della Macedonia e alcuni ipogei pugliesi, ovvero gli ipogei di Neapolis, in particolare la tomba di Santa Maria la Nuova, costruita per intero in blocchi di tufo. In base a queste similitudini, la Simonelli ha suggerito per il monumento una datazione tra l’ultimo venticinquennio del IV (prima guerra sannitica) e la prima metà del III sec. a.C. (terza guerra).

Quando con l’Unità d’Italia la direzione degli scavi di Pompei fu affidata all’insigne Giuseppe Fiorelli, si iniziò lo scavo integrale di diverse insulae, si concluse quello di alcune già parzialmente esplorate, fu operata la divisione della città in regiones, fu introdotta la tecnica dei calchi, e, tra il 1870 ed il 1885, per opera di un grande topografo quale era Giacomo Tascone, fu redatta la prima mappa dell’intera area degli scavi, in base alla quale fu successivamente realizzato il celebre plastico 1:100 esposto al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

È presumibile che una particolare attenzione fosse rivolta da Giuseppe Fiorelli anche ai quasi contemporanei ritrovamenti archeologi di Abellinum, al punto da distaccare in zona proprio Giacomo Tascone, che ebbe modo di operare nell’anno successivo alla prima scoperta della tomba a camera della Maddalena (1882).

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Planimetria realizzata da Giacomo Tascone (1882).

Proprio la planimetria della Civita di Atripalda eseguita da Giacomo Tascone, oggi custodita all’Archivio Centrale dello Stato, ha ravvivato  la speranza di quanti speravano fosse ancora possibile ritrovare integra la “tomba macedone”.

Con il rigore e la precisione che gli erano consoni, il topografo, oltre a rappresentare con straordinaria precisione il perimetro della Civita e una corografia completa di Atripalda ottocentesca, ha infatti localizzato la nostra tomba in un punto preciso, vale a dire al centro dell’odierna strada vicinale Tufara.

Le indagini sono ancora in corso, ma i risultati si annunciano sorprendenti.

Gerardo Troncone

Mulino della Puntarola

Il viaggio nella nostra “Valle dei Mulini” si conclude come peggio non poteva.

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È di pochi mesi addietro la notizia dell’ultimo scempio, compiuto come al solito fra insipienza, indifferenza e opportunismo. Fino a poco fa era possibile ancora ammirare, pressoché integro nelle sue strutture esterne, il mulino che s’ergeva solenne in uno dei punti più importanti del sistema fluviale, dove nelle acque provenienti dalla valle del Fenestrelle confluiscono le acque del Rio d’Aiello e del Sant’Oronzo. Nel volgere di pochi mesi, una nuova costruzione ne ha preso il posto. Anche di quest’ultimo mulino resta la documentazione cartografica, qualche foto recente e una profondissima amarezza.

Ma il sistema dei canali riserva un’ultima sorpresa! Come rivelano le preziose mappe catastali, il “canale dei mulini” (così è ancor oggi ufficialmente denominato) non conclude la sua pur lunga corsa nell’ultimo mulino, come era lecito aspettarsi: si sviluppa invece fino alla Civita di Atripalda, e alla località san Lorenzo sono visibile delle cavità che immettono nel sottosuolo dell’antica città romana.

È una conferma dell’origine antica di questa grandiosa opera d’ingegneria idraulica, che si svela per quello che in origine era: uno dei principali rami del grande acquedotto che riforniva d’acqua la città di Benevento, correndo lungo la valle del Sabato, di cui purtroppo ancor oggi poco si sa, e quel poco è scritto nelle pietre.

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Gerardo Troncone

 

 

 

Mulino S. Spirito

Anche di questo Mulino, che sorge non lontano da una delle antiche porte d’accesso alla città e dalla Chiesa di Monserrato, la Chiesa dei Morti, dove fino alla metà del secolo scorso si concludevano tutti i funerali della città, sopravvive solo la testimonianza delle mappe catastali. A pochi passi dal mulino le lavandaie del secolo scorso potevano specchiarsi ancora nelle acque limpide del piccolo ma incantevole “Laghetto di Santo Spirito”.

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Gerardo Troncone

Molinello

I ricordi personali di tanti Avellinesi vanno ancor oggi al perduto mulino delle Fornelle, dov’era il vecchio ponte in legno, dove stentano a sopravvivere le antiche Gradelle delle Tintiere, e dove ancor oggi si scorgono nell’alveo del torrente alcuni metri quadrati di pietra calcarea bianco-avorio, dove le donne in acque allora limpide e copiose facevano il bucato.

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Gerardo Troncone

Mulino S. Antuono

Di questo mulino resta memoria solo nelle mappe catastali, che ne indicano la precisa ubicazione nelle immediate adiacenze della cosiddetta “fontana di Grimoaldo”, non lontano dai ruderi della Chiesa di san Leonardo.

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Gerardo Troncone