Tempio di Diana

Nei pressi del parco archeologico di Baia si leva il cosiddetto «Tempio di Diana», che ebbe tale nome dagli antiquari napoletani in seguito al rinvenimento di bassorilievi marmorei con figure di cani, cervi e pesci e di un frammento di fregio in cui si leggeva, pare, il nome della dea.

L’edificio, pervenutoci sezionato per metà, era una grande aula a pianta circolare iscritta in un ottagono, costruita in opera listata (due file di laterizi e una di tufelli alternate) fino alle reni degli archi di copertura dei finestroni.

Al di sopra è in opera laterizia fino all’attacco della cupola. Quest’ultima, a forma di ogiva, del diametro interno di m. 29,50 (il che la colloca al terzo posto fra le grandi cupole dell’Impero dopo il Pantheon e il “tempio di Apollo” al lago d’Averno), è realizzata con anelli progressivamente aggettanti, costruiti con schegge di tufo e laterizio nella zona sopra l’imposta, e di soli tufi porosi, più leggeri, nella parte superiore. All’interno la parete era traforata da otto grandi finestroni (alti m 6,50 circa), muniti di doppia ghiera di laterizio, alternati a nicchie ad arco ribassato con ghiera semplice di laterizi. Degli altri ambienti del complesso termale, di cui la grande sala costituiva forse un ninfeo, già esplorati nell’Ottocento e poi rinterrati, nulla più è visibile oggi.

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Wanda Spiniello

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