Sarnum

sarnum

Nel corso degli ultimi duecento anni, l’interesse di chi si è occupato del Fons Augusteus si è concentrato quasi esclusivamente sulla esatta definizione del suo percorso: questo perché un manufatto così imponente favoriva sicuramente un approccio di questo tipo, a discapito di una lettura più tecnica e strutturale.

Esso parte dalle sorgenti del Serino a circa 330 m s.l.m., sviluppandosi lungo un percorso lungo poco più di 110 chilometri e arrivando a pochi metri s.l.m.: questo porta ad una pendenza media di poco superiore al 3 per 1000, ovvero a 3 m persi per ogni chilometro percorso.

<<La consapevolezza che le strutture affioranti lungo i 110 chilometri di percorso e le numerose diramazioni facessero parte di un’unica grandiosa opera augustea con successivi interventi di restauro fu acquisita in tempi diversi>>. Nel 1560 Pietro Antonio de Lettieri, per volontà di Don Pietro de Toledo, cominciò l’esplorazione sistematica dell’acquedotto, seguendone l’intero percorso, con lo scopo di rimettere in funzione gli antichi formali e rifornire Napoli di acqua potabile. Tuttavia, la morte prematura di Don Pietro e il costo considerevole previsto, fecero abbandonare il progetto. La relazione del Lettieri sarebbe andata perduta se, nel 1576, Giovanni Battista Bolvito non l’avesse trascritta nel suo “Volumen variarum rerum”, corredandola, in più, di numerose note a margine. Nel 1840, dopo la pubblicazione del 1803, a cura del Giustiniani, della trascrizione Lettieri in copia Bolvito, l’ingegnere Felice Abate riprese l’esplorazione sistematica dell’acquedotto e dei suoi canali, pubblicata e pubblicizzata fino al 1864. Dopo la costruzione del moderno acquedotto napoletano, nel 1883, la “Società Veneta di Imprese e Costruzioni Pubbliche”, nella persona dell’ingegnere Paolino Aprata, pubblicò un testo contente, oltre che ampi stralci delle precedenti relazioni relative all’acquedotto, anche un corposo lavoro nel quale vennero illustrati i più significativi percorsi sotterranei, con misure e un ricco corredo iconografico.

Nel 1938, finalmente, venne recuperata la “tavola scritta”, ovvero l’iscrizione dedicatoria, su una lastra di marmo cipollino che, elencando tutti i restauri costantiniani, consentì di identificare l’acquedotto come un’opera augustea. A riguardo, Italo Sgobbo pubblicò un ampio articolo e, lo stesso Sgobbo, avanzò delle ipotesi circa il criterio con cui vengono elencate, nella lastra, le città servite dall’acquedotto: si tratta probabilmente di una sequenza basata sul consumo di acqua. Pompei non viene ovviamente menzionata (si ricordi l’eruzione del 79 d.C), ma è certo che essa fosse servita dall’acquedotto. La traduzione fornitaci dallo stesso riporta:

“ I nostri principi: Fl.Costan/tino imperatore Pio/ Felice e vittorioso/ Fl. Giulio Crispo e/ Fl. Claudio Costantino/ nobili cesari/ comandarono che fosse ricostruito/ a loro spese/ colla munifica consueta liberalità/ l’acquedotto della fonte augustea/ andato in rovina col tempo per la grande incuri/ e lo restituirono all’uso delle città sottoscritte. (Questa lapide) dedica Ceionio Giuliano, vice console giurisdicente l’agro pontiano, e preposto all’acquedotto stesso. Nomi delle città/ Pozzuoli – Nola –/ Atella – Napoli – Cuma – Acerra –/ Baia – Miseno”.

Dopo il ritrovamento dell’epigrafe costantiniana, data la compresenza di due tecniche murarie (opera reticolata per i tratti originali e opera laterizia per i successivi interventi), gli storici hanno ritenuto che la vita dell’acquedotto fosse stata interessata da due soli interventi significativi: i restauri sono di matrice costantiniana, mentre la realizzazione originaria è di Augusto. Questa è una tesi difficilmente sostenibile allo stato delle conoscenze attuali, che hanno evidenziato una più complessa stratificazione. D’altronde è difficile credere che in una regione fortemente sismica e in un lasso di tempo lungo secoli, non si siano resi necessari ulteriori e consistenti interventi manutentivi.

Nel 1939, O. Elia, si concentra, in un articolo, sulle caratteristiche strutturali del tratto in prossimità di Sarno, tradizionalmente indicato come Mura d’Arce, oggetto di un tempestivo intervento della Soprintendenza alle Antichità che riuscì ad evitare il procrastinarsi di ulteriori scempi. Il monumento infatti era stato oggetto di sistematiche spoliazioni tese al riutilizzo dei materiali per la costruzione di <<rustici forni>> e di una casa colonica.

Le documentazioni di Aprata e di Elia mostrano le Mura d’Arce come un manufatto sicuramente più conservato rispetto alla situazione attuale. Nella pianta di Elia è ben schematizzato tutto il tratto in esame ed è ben leggibile il raddoppio del canale nel punto A.

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Il punto B, invece, è stato oggetto, dal 1938 ad oggi, di una cattiva interpretazione: la grossa breccia aperta in corrispondenza della variazione di percorso è stata a lungo tempo interpretata come un “arcone”, originariamente installato per lo smaltimento delle acque meteoriche. Tuttavia, posizionare un arco di questo tipo, con una corda di 10 m, in quella posizione, avrebbe significativamente indebolito la struttura. Più logica e semplice è la tesi che giustifica l’arco come conseguenza di un crollo che ha interessato due pilastri intermedi, riunendo così gli originari tre passaggi ad arco in un’unica grande apertura.

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Il tratto Ba immediatamente successivo, si presenta con la classica conformazione ad archi, a sostegno del canale vero e proprio: ogni due aperture un contrafforte verso valle, che funge da sostegno per le spinte. Nonostante il forte restringimento della sezione dei pilastri o, in alcuni casi, la loro totale distruzione, non si è verificato il crollo delle strutture soprastanti. Talvolta, l’asportazione dei laterizi in corrispondenza del profilo intradossale degli archi, lascia a vista il nucleo centrale.

Il tratto Bb è quello interessato dalla presenza di muratura piena: questa porzione di muro continuo non poteva che rappresentare una vera e propria barriera, che necessariamente doveva essere interrotta per consentire il deflusso delle acque che si accumulavano a monte. Proprio per questo motivo vennero previsti due fori (oggi occlusi), del diametro di circa 80 cm che attraversavano da parte a parte il muro che sorregge lo speco. La presenza di questi fori consente anche di fare delle valutazioni su quella che doveva essere l’orografia del terreno: naturalmente non avrebbe avuto senso realizzare, a monte, un’apertura che fosse troppo bassa o troppo alta per permettere il deflusso.

Come sempre nelle costruzioni di un certo rilievo, leggendo il nucleo interno della struttura, è confermato che gli scapoli vennero allettati a mano a mano con cura, seguendo piani di posa precisi: sono visibili lunghi strati orizzontali di scagliette di calcare, messa in opera degli scarti di lavorazione dei più grandi scheggioni usati nel nucleo. Gli archi vengono fatti spiccare da una quota marcata da ricorsi in bipedali e, lungo il manto intradossale, sono presenti una o, più raramente, due nervature in laterizio.

La caduta di un ampio tratto della muratura di spalla Sud, consente la visione diretta dello speco dell’acquedotto (il canale ottenuto con la perforazione del terreno o, come in questo caso, costruito in muratura, ma in ogni caso interamente ricoperto, nel quale l’acqua scorreva a pelo libero). Esso è alto 210 cm e largo 85 cm, la copertura è una volta a cappuccina, ottenuta giustapponendo due sesquipedali con funzione di centina per il masso della volta soprastante estradossata a botte. Si rimanda alla lettura della sezione per una più chiara comprensione. La sequenza costruttiva è chiara: raggiunta la quota necessaria al funzionamento dello speco, si realizzavano due pareti di spalla al livello del marcapiano in bipedali; lo strato di cocciopesto steso sulla platea ha un’altezza corrispondente a tre ricorsi in laterizio e la fodera stesa sulle pareti per l’impermeabilizzazione copre un’altezza pari a 2/3 dello speco: questa misura corrispondeva al massimo carico per gli acquedotti romani. E’ possibile leggere sulle pareti diversi livelli di incrostazioni, corrispondenti ai diversi livelli raggiunti dall’acqua.

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Figura 3: prospetto

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Figura 4: sezione

Concludendo, è possibile affermare che la ricca variazione strutturale presente nel sito (ponte canale con archi e contrafforti, muratura piena, absidi di contrasto nell’ultimo tratto) dimostra quanto fosse temuto il pericolo di un cedimento rigido delle strutture. Volta per volta gli interventi di restauro furono contenuti alle singole porzioni del manufatto interessate da eventuali crolli e, fintanto che la struttura vera e propria dello speco rimase integra, l’acquedotto continuò a funzionare, almeno fino al cedimento della parete Sud.

<<Grandi mattoni quadrati la cui fabbricazione si normalizza nel I sec. d.C.; dei più importanti di essi diamo le dimensioni e i nomi: bessales, 2/3 di piede di lato = 19,7 cm; sesquipedales, 1/2 piede di lato = 44,4 cm; bipedales, 2 piedi di lato = 59,2 cm. Questi mattoni potevano essere messi in opera così com ‘erano, oppure divisi in elementi rettangolari e soprattutto triangolari>>, “L’arte di costruire presso i romani”, J.P. Adam, Milano, 1988.

Ilaria Limongiello

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