Mulino Montuori

Del mulino Montuori non c’è più alcuna traccia, essendo stato demolito da qualche lustro per far posto a nuove costruzioni.

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Lo abbiamo voluto ricostruire idealmente, tenendo presente le caratteristiche di un mulino ad acqua ancor oggi esistente: il Mulino Urciuoli, in località Case Spezzate del Comune di Atripalda. Questo mulino è ancor oggi funzionante, grazie alla passione di uno dei proprietari, Giuseppe Capiraso, con una delle tre macine che è ancora mossa dalle ruota ad acqua e una seconda da un impianto elettrico, anch’esso di grande interesse. Sulla scena di questo ultimo mulino, abbiamo ambientato un racconto di fantasia, che riproponiamo per accompagnare qualche suggestiva immagine.

L’ultimo mulino

Il vecchio professore, per tornare a casa, ha preso la via più lunga, quella che passa lungo la Valle del Fenestrelle. A un certo punto passa accanto a un edificio semidiruto. Quelle rovine erano una volta, neppure tanto tempo fa, un mulino che a quei tempi funzionava ancora. Erano i primi giorni di luglio del 1955 – lui aveva 8 anni – la prima volta che era stato in quel posto.

Quell’anno la primavera era stata ricca di pioggia. Lui da qualche mese stava coi nonni, in campagna. Ricordava che una sera i vicini di casa avevano chiesto un prestito di grano, come si usava a quei tempi da quelle parti quando il raccolto era stato scarso. E quell’anno il raccolto dei vicini era stato proprio scarso, per la grandine venuta giù. Uno sguardo fugace alla nonna, e nonno Raffaele, col solito sorriso, aveva fatto cenno al vicino di accostare il carretto di legno a due grandi ruote, trainato dal mulo, alla porta della cantina, sul retro. Aveva preso lo staio, quel grosso recipiente cilindrico in doghe di legno col poderoso manico di ferro, capace di trenta chili di grano, ed era andato avanti e dietro, riempiendolo nella cantina e svuotandolo nel carretto del vicino, fin quasi a colmarne il cassone. “Tanto per noi ce n’è ancora. L’anno prossimo poi ci si metterà in pari”.

Aveva fatto appena in tempo a svoltare alla prima curva, il carretto ricolmo di chicchi dorati, che già il nonno s’era avviato nel grande campo di grano dietro casa, a cercare se ce n’è un po’ che possa essere già mietuto.  la grandine anche con loro era stata impietosa: le scorte di grano, sapientemente amministrate, sarebbero a stento bastate fino al nuovo raccolto per offrire pane e pasta a sufficienza, oltre la crusca per gli animali. Ma i vicini ne avevano avuto bisogno, e per loro ora non era restato più niente.

Chiudeva gli occhi, il vecchio professore, e si rivedeva a trotterellare dietro il nonno, in quel giorno di luglio. Il vecchio uomo, sereno e possente, si aggirava e si chinava fra le spighe verdi, fino a fermarsi in una valletta appartata, sulla riva del fiume, fra il grande olmo e il boschetto di querce. Lì c’era un po’ grano che poteva essere già mietuto, ci tornero domani, a prim’ora.

Passò una notte di stelle e profumi, e prima che arrivasse la mattina il vecchio già si avviava. Il nonno aveva con sé i  falcetto, i ditali di canna per proteggere le dita, i recipienti di terracotta con l’acqua e col vino, una specie di coltello per affilare la falce, un cappello di paglia a grande tese per quando il sole sarebbe stato alto. Per il nipote aveva portato il cappello, più piccolo, della nonna. Alla luce dell’alba passarono attraverso i meli e i ciliegi, i prugni e un grande sorbo, sfiorando mille erbe diverse. Prima delle cinque erano già all’opera.

Il nonno gli aveva detto di guardare come faceva e di fare allo stesso modo. Così si insegnava ai giovani, allora, nella civiltà contadina. Il vecchio, impugnando la falce con la mano destra, si chinava e con la sinistra stringeva nel pugno un piccolo fascio di steli. Poi lo tagliava, appena sotto il pugno, a quindici-venti centimetri da terra. Per ridurre il rischio di ferirsi la mano, s’era protetto il mignolo e l’anulare con i lunghi ditali ricavati dalle canne, tagliati a metà oltre la prima falange, in modo da consentire l’articolazione delle dita. Tagliava il grano facendo attenzione a non scuoterlo troppo, per non sprecare nessuno dei chicchi annidati nelle spighe. A mano a mano accumulava sul terreno i piccoli fasci, con le spighe tutto dallo sesso lato. Appena ce n’erano abbastanza, li legava in covoni. Ogni tanto affilava il falcetto, bagnandolo e passandolo velocemente sulla piccola lama del coltello.

Il nonno si muoveva con calma, ma senza soste, come in una danza, guidato dal rumore del vento fra le messi biondi e le foglie degli alberi. Verso le dieci la nonna aveva portò “la colazione”.  Non c’era né pane né pasta, perché il grano era stato tutto dato ai vicini. Ma c’era la pizza di mais (il “granone”), il prosciutto tagliato a pezzi grossi, le uova nelle quali bisogna praticare due buchi, uno per succhiare, l’altro per farne uscire l’aria. La nonna tornò altre due volte, con altrettante colazioni, ed ogni volta se ne era tornata verso casa portandosi in braccia i covoni di grano, per quanti ne poteva abbracciare.

Quando il sole era alto, sullo spiazzo della masseria ce n’erano abbastanza, e per un paio d’ore ancora si lasciarono le spighe al sole. I due vecchi iniziarono allora a trebbiarlo: dopo aver posto gli steli su una coperta di canapa, con forconi di legno battevano le spighe, che si staccavano frantumandosi. Raccolsero gli steli in un mucchio di paglia, e lo portarono nel fienile. Ora bisognava staccare i chicchi dalla lolla, la sottile pellicola di rivestimento. Dopo aver messo i chicchi in un recipiente di legno largo e basso, la nonna li aveva lasciati cadere verso una pesante coperta disposta ai suoi piedi, mentre le folate del vento leggero, come per magia, trasportavano via la sottile pellicola. Il grano venne infine lavato, depurato dalla polvere, infine  messo ad asciugare. Il sole di quel lungo giorno di luglio aveva fatto in tempo a compiere anche questa parte del lavoro. Ed era venuto finalmente il momento di mettere il grano in due piccoli sacchi, e di avviarsi al mulino.

Al Mulino del quale oggi, dopo cinquant’anni, contemplava le rovine. Quel giorno lontano  funzionava ancora, e bene, anche se era l’ultimo mulino a funzionare sul Fenestrelle. Sarebbero passati altri due anni, da quel giorno, prima che morisse Savino O’ Mulinaro, ultimo dell’antico “popolo del fiume”, e prima che si fermasse per sempre quell’ultimo mulino di Avellino.

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Gli era sembrato quasi un chiostro, quella sera lontana del 55, l’interno del mulino, dov’era entrato aggrappato alla mano del nonno. C’erano tre palmenti in fila, due con le macine fatte di “pietra di Cassano”, per macinare il grano, il terzo con la macina in pezzi di “pietra di terra” per macinare il “granone”. Nascoste al piano di sotto – ma questo l’avrebbe scoperto solo nel corso di una delle tante furtive visite successive – c’erano tre grandi ruote di legno orizzontali che, spinte dall’acqua, trasmettevano alle macine soprastanti il moto rotativo. All’esterno della costruzione, una fitta rete di canali, utile e benefica. L’edificio del mulino, povero ma funzionale, sembrava nascere dall’acqua, per vivere con l’acqua, che accettava dentro di sé prima come amica, e poi rifiutava, restituendola al fiume, più in basso.

Non c’erano molti a macinare, in quel periodo, solo quelli che ne avevano avuto proprio bisogno, come loro. Nel chiostro dov’erano i palmenti vedeva il grano cadere dall’alto verso il centro della grande macina di pietra, guidato dalla tramoggia di carico, di bel legno scuro.Poi vide il mugnaio abbassarsi, tirare una leva. Fu quella la prima volta che, stretto al nonno, ascoltò, fra spruzzi e cigolii, la secolare nenia dell’acqua, che all’inizio gli era sembrata solo un fruscio indistinto. La grande macina ruotava solenne e veloce, sminuzzando fra sé e l’altra, che era fissa in basso, i grani dorati. Sollevando una polvere profumata, tutt’intorno ricadeva la farina, che il mugnaio s’affrettò a raccogliere e a consegnare in un sacco. Il nonno pagò la macinazione con una piccola percentuale della farina ricavata, e quella sera il mugnaio imbrogliò un po’ meno del solito sul peso.

Quella musica dell’acqua e quel profumo avrebbero accompagnato per tutta la vita il bambino che anni dopo sarebbe diventato un vecchio e stimato professore di lettere e anni dopo ancora un vecchio pensionato. Che ora si ritrovava proprio lì, nel luogo in fondo al quale aveva cominciato, cinquant’anni prima, a conoscere se stesso. Di fronte a quei resti, al professore stanco viene in mente una citazione di Coelho: in ogni istante delle vita si sta con un piede nella favola e l’altro nell’abisso.

A un tratto ricorda che quella sera del 55, prima di andare via col nonno, aveva sentito uno strano pigolio provenire dal muro esterno del mulino, poco di lato alla porta. Savino O’ Mulinaro lo aveva preso sulle spalle e aveva estratto dal muro una pietra sconnessa, scoprendo una piccola nicchia. All’interno quattro pulcini con le bocche spalancate, dalla cresta inconfondibile. Delicatamente il burbero mugnaio aveva rimesso a posto la pietra, stando attento a lasciare in alto lo spazio per far passare la madre, per quando sarebbe tornata a portare il cibo. Da quel momento il Mulino era diventato, prima nei suoi giochi, poi nei suoi ricordi, il Mulino delle Upupe. Il professore corre con lo sguardo alla porta in rovina. Sulla destra ritrova il buco di cinquant’anni prima, nascosto ancora dalla stessa pietra. O almeno così gli sembra. Vi si avvicina, con animo tremante. Scosta la pietra come fosse una reliquia. Aspetta che la vista s’abitui all’ombra, sperando di ascoltare e vedere qualcosa.

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Gerardo Troncone

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