Mulino Macchia

Dopo che era avvenuta la macina nel primo mulino veniva aperta una paratia e l’acqua confluiva in un secondo canale che, costeggiando sempre via Mulino Infornata per circa 550 m., giungeva al Mulino della Macchia dove, in sincronia, poteva iniziare la lavorazione.

Questo mulino, di cui restano pochi ruderi, era posto a 340 m. s.l.m.; si elevava su due piani ed aveva un’area coperta di circa mq 200. La pendenza del canale, della lunghezza di circa ml 1610 dalla sorgente di Torrioni, era pari al 2,23%.

macchia

Il Mulino “alla Macchia” sorge nell’omonima Contrada, attigua a quella dell’Infornata. Nel Medioevo, la Contrada veniva genericamente chiamata “Valle” in riferimento alla particolare distribuzione topografica della fondovalle che comprendeva la “Plaiora” ovvero il Piano Maggiore (Torrete di Mercogliano), la “Valle” (attuale contrada Macchia) il “Plano” ( attuale zona della Ferriera). I mulini distribuiti su questi territori  prendevano poi il nome rispettivamente di “Mulino de Capu”, “Mulino de Mezano” e “Mulino de Pede“. Evidentemente il “Mulino de Mezzano” era detto anche “Mulino alli Valli” .

In origine la proprietà di questo mulino era suddivisa in “quote azionarie” , dove la quota totale era rappresentata da un “anno di mulino”. Pertanto “un mese di mulino” corrispondeva ad una quota azionaria di un dodicesimo; “sei mesi” rappresentavano la metà e così via. Uno dei maggiori “azionisti” era rappresentato da un tal Luciano di Nola il quale nel 1238 vendé la sua quota, corrispondente a “sei mesi di mulino”, a un illustre personaggio del tempo: il marchese Bertoldo di Hohemburg, signore di Monteforte e di Arienzo, che intorno agli anni ’50 occupò militarmente anche Avellino (valoroso condottiero, partigiano di Federico II di Svevia, per la sua sete di potere tradì più volte la causa Sveva durante la reggenza di Manfredi, per cui venne condannato al carcere a vita, dove morì).

Precedentemente, la quota venduta al marchese era appartenuta ad un certo Giovanni d’Aliperto. Gli eredi di quest’ultimo impugnarono l’atto di vendita, rivendicando “tre mesi di mulino” . La sentenza emessa dai giudici di Avellino, nel 1245, diedero ragione agli eredi d’Aliperto, per cui il marchese, pur rivalendosi su Luciano di Nola, fu costretto a cedere parte della quota acquistata. Per reintegrare la quota ceduta, il marchese nel 1250 si rivolse ad altri due soci: Maginulfo e Dauferio, dai quali ottenne rispettivamente “due mesi ” e “un mese di mulino ” per un totale di “tre mesi”, che corrispondeva proprio alla quota venuta meno.

Nel 1252 , Bertolodo, con il consenso di Corrado IV, cedette la signoria  di Monteforte al fratello Ludovico, il quale la detenne fino al 1256. In un prezioso documento angioino, andato perduto, ma tramandato da Scipione Bella Bona e datato intorno al 1280, in cui venivano elencati i beni dell’Abbazia di Montevergine, risultava anche << .. molendinum unum in aquafornata , ubi dicitur Valla>>. Verosimilmente era stato Ludovico di Hohemburg a donare all’Abazia la sua cospicua parte del mulino, ricevendo in cambio … le preghiere dei monaci; infatti nel “necrologio verginiano” , ovvero il libro in cui venivano elencati coloro i quali si erano resi meritevoli di essere ricordati nelle orazioni , nell’obituario del 30 settembre troviamo citato << Federicus comes Onnedeburg theotinicus >> . Quasi certamente si tratta di Ludovicus, che per errore dell’amanuense è diventato Federicus. A rendere questa ipotesi plausibile, contribuisce un documento del 1260, nel quale citando una terra nei pressi del “mulino alla valle”, veniva specificato che esso apparteneva al monastero di Montevergine. Se si considera che solo qualche anno prima il mulino era in gran parte di proprietà degli Hohemburg, ci si rende conto che il “passaggio di proprietà” non può che essere avvenuto durante la loro signoria.

La storia successiva di questo mulino è piuttosto oscura, in quanto, esso, scomparso improvvisamente dalla gestione economica del monastero, compare fra quelli appartenenti al corpo dei beni feudali. Ciò comunque, avvenne almeno nella prima metà del ‘500, in quanto in tale epoca  esso risulta già proprietà della Marchesa Maria de Cardona, signora di Avellino.

Gerardo Troncone

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