Mulino dell’Infornata

Il Mulino dell’Infornata è stato di volta in volta denominato Mulino “ in Plaiora” , “de Capu“, “in Aqua Fornata“: ancora oggi, nella contrada Infornata, al confine tra Torrette di Mercogliano ed Avellino, si possono vedere i resti delle sue torri e quelli di un corpo di fabbrica che circoscrivono la struttura. Il mulino è posto a 348 m s.l.m. e ricade nel foglio 19 di Avellino, con un’area coperta di circa 330 mq. La pendenza del canale, della lunghezza di 1060 m dalla sorgente Torrioni, era pari al 2,64%.

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La sua storia documentata ha inizio nel maggio del 1139 , quando il potente signore di Monteforte, il normanno Guglielmo Carbone, dona alla chiesa di San Leonardo una metà del mulino quod vocatur de Capu. La chiesa di S. Leonardo  era una dipendenza della celebre badia di Cava dei Tirreni, che già da diversi decenni rappresentava uno dei centri religiosi e culturali più affermati nel Mezzogiorno d’Italia. La grancia avellinese, con annesso monastero, si trovava nei pressi del suburbio, lungo la via salernitana (nei pressi del Mercatone). Dell’altra metà del “mulino de Capu” era proprietaria un’altra potente istituzione ecclesiastica , che proprio nel corso del XII secolo si impose nella nostra regione: l’Abbazia di Montevergine.

Per ben comprendere le successive fasi della storia del “nostro” mulino , occorrerà “spostarsi” ad Atripalda e precisamente nell’antica località detta “Archi” . Questo luogo, ai piedi del monte “Atrupaldo” dove sorgeva l’omonimo castello, si trovava nei pressi delle chiese di S. Ippolisto e di S. Maria dei Morti e probabilmente il suo nome traeva origine dalla presenza dei resti dell’antico ponte-acquedotto romano, che portava le acque dalle sorgenti Urciuoli all’antica Abellinum (località Civita di Atripalda). In prossimità di queste vecchie fabbriche << fabricam que arci dicitur>> si trovava il “Mulino de Archi” documentato fin dal 1086. Esso veniva alimentato dalle acque del fiume Salsola  << in aqua que dicutur salsula>> , che probabilmente doveva il suo nome alla presenza di notevoli quantità di sali minerali. Il Salsola scorrendo lungo la direttrice Salza-Atripalda affluiva nel Sabato dopo aver attraversato la cittadina. Verosimilmente la località Archi si trovava nei pressi del trivio che conduce a S. Potito e Manocalzati , dove nell’ottocento si trovava una cartiera , forse sorta proprio sui resti dell’antico mulino e oggi convertita in mulino elettrico.

Nel 1174, il “signore” di Atripalda, il normanno Guglielmo, donò alla celebre badia di Cava la chiesa di S. Maria dei Morti e con essa i suoi diritti, fra cui quello di percepire ” la decima” sul mulino. I signori di Atripalda erano particolarmente legati alla istituzione cavese, tant’è che Tristano, padre di Guglielmo, volle essere sepolto nella famosa Abbazia. Nel 1184, Guglielmo, sentendosi vicino alla morte e desideroso di affidare la sua anima alle preghiere dei monaci cavesi, donò loro la propria metà del “mulino de Archi”.

 Intanto , nel 1232, quando il feudo di Atripalda passò nelle mani del cavaliere napoletano Giacomo Capece, fedelissimo alla casa Sveva, per ristabilire le finanze del feudo, erose dalla eccessiva prodigalità dei suoi predecessori, impugnò la donazione di Guglielmo, col pretesto che essa non aveva avuto né l’assenso regio né la conferma imperiale, lasciando alla Badia Cavese solo il diritto alla “decima” che le derivava dalla proprietà sulla chiesa di S. Maria dei Morti. Nel 1242 Marino Capece, succeduto al padre, restituì in un primo momento ai monaci la quota del mulino, ma più tardi, nel 1259, probabilmente a causa dei dissapori tra il papato e Manfredi, a cui i Capece erano legati da sincera amicizia, rimise in discussione la donazione. La vertenza durò circa un anno e alla fine venne definitivamente ceduta ai monaci. Il documento di ratifica, del marzo 1260, è particolarmente interessante in quanto da esso si apprende che l’altra metà del mulino apparteneva al Monastero di Montevergine<< alteram medietatem tenuerant monasterium Montis Virginis>>.

 

In definitiva, nella seconda metà del secolo XIII , il monastero di Montevergine  e quello di Cava dei Tirreni erano comproprietari, alla pari, di due mulini: quello “degli Archi” e quello “del Capo”. La convivenza fra le  due potenti istituzioni ecclesiastiche non era del tutto felice e ciò andava a discapito della buona conduzione degli opifici, per cui nel 1304  entrambe trovarono conveniente addivenire ad un accordo in base al quale all’Abbazia di Montevergine sarebbe toccata l’intera proprietà del “Mulino del Capo” mentre a quella di Cava il “Mulino degli Archi“. Con questo diritto esclusivo di proprietà, il Mulino de Capu  cambiò anche il nome, assumendo quello di “Mulino dell’Abate” come appare già in un documento del 1317.

La storia successiva è strettamente legata alle vicende storiche dell’Abbazia di Montevergine. In particolare quando l’istituzione benedettina nel 1430 subì il travagliato periodo della “Commenda” e poi dal 1515 al 1588 il “governatorato dell’ospedale della SS.ma Annunziata di Napoli”, moltissimi beni o furono dissipati o subirono indebite espropriazioni. Una vittima di tali “espropriazioni” fu proprio il Mulino dell’Abate, il quale, anche quando l’Abbazia di Montevergine con papa Sisto V nel 1588 riottenne l’autonomia, restò appannaggio dell’Ospedale Napoletano, divenendo quindi il “Mulino dell’Annunziata” e tale restò per lungo tempo, fino a quando, sopruso per sopruso, fu costretto a cambiare padrone.

Infatti, questo mulino, tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘600, era l’unico che non apparteneva al “corpo dei mulini feudali”, la qual cosa rappresentava un elemento di turbativa nel regime di monopolio dell’industria molitoria, sia perché produceva un diverso tipo di macinato, sia perché venivano richiesti solo “10 grani a sacco” contro i 15 imposti dagli altri mulini. Furono fatti numerosi tentativi per acquisire questo opificio, ma i governatori dell’Ospedale non volevano rinunziare ai cospicui introiti.

A risolvere l’annosa questione provvidero i gabelloti avellinesi, gentiluomini di manzoniana memoria, i quali quando scorgevano un vatecale che << bel bello si dirigeva verso il mulino dell’Infornata>>, gli si avvicinavano e << piantandogli gli occhi in faccia , dicevano: qui questo grano non s’ha da macinare nè oggi nè mai ! >> I vatecali , che “non erano nati con un cuor da leone” preferivano macinare altrove, pagando anche qualche grano in più. I governatori dell’Annunziata tentarono una timida protesta ma alla fine ritennero più opportuno vendere il mulino, che così divenne anch’esso uno dei “Mulini del Principe”.

Gerardo Troncone

 

 

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