Misenum

 

misenum

Il promontorio di Miseno, che con l’opposto capo Ateneo (punta della Campanella) chiude l’arco dei golfi di Napoli e Pozzuoli, trae il suo nome, secondo il mito, da un compagno di Ulisse qui morto; dello stesso personaggio Virgilio farà, nella reinterpretazione romana dei miti locali, il trombettiere di Enea, travolto dal mare poco prima di approdare a Cuma (Eneide, VI 156-235).

Eccellente porto naturale, con i suoi due bacini intercomunicanti, la rada di Miseno e il lago di Miseno (Mare-morto), dopo aver svolto un ruolo notevole nella storia militare di Cuma arcaica e ancora all’epoca della guerra annibalica, acquistarono la massima importanza in età augustea, quando, in sostituzione del portus Iulius sul Lucrino, divennero la sede della flotta Misenate e la più grande base navale in Occidente. Delle varie flotte militai romane, solo la Misenate e la Ravennate ricevettero verso la fine del I sec. d.C., per la loro grande importanza strategica e politica, il titolo di praetoriae, che in qualche modo le assimilava alle guardie del corpo dell’imperatore. Ridotta nel IV e V sec d.C., fu eliminata con il suo trasferimento a Ravenna, sotto Teodorico.

Nel porto di Miseno erano alla fonda la nave ammiraglia (una esera, un’imbarcazione dotata cioè di sei file di remi), e poi il resto dell’armata, composta da liburne, triremi, quadriremi e quinqueremi. A capo della flotta, dipendente dall’imperatore, era un membro dell’ordine equestre col grado di prefetto (praefectus classis); nella carriera amministrativa, la prefettura di Miseno era superiore a quella delle altre flotte, e apriva la strada alle prefetture di Roma (dei Vigili e dell’Annona), dell’Egitto e del Pretorio. All’incompetenza marinaresca dei prefetti (cariche puramente amministrative), supplivano i comandanti di squadra (navarchi), specialisti scelti tra i quadri, coordinati da un navarcus princeps cui era affidato il comando tecnico di tutta l’armata navale. Al comando di ogni nave era un trierarca, assistito da un centurione, che prendeva il comando dei marinai quando questi erano a terra.

Degli impianti portuali misenati poco resta: dove è oggi il ponte in muratura che scavalca il canale tra la rada e il Maremorto era un ponte di legno costruito da Augusto e restaurato nel 159 d.C. Il bacino interno del Maremorto, poco profondo, sulla cui costa dovevano essere sistemati i cantieri navali, era utilizzato come bacino di allestimento e riparazione delle navi; la rada esterna, divisa in due specchi d’acqua dalla punta della Sterparella, costituiva invece il vero e proprio porto, il cui imbocco, tra punta Pennata e punta Terone, era ristretto da due linee di moli formati da arcate su piloni; della doppia fila di pilae antistanti punta Terone se ne vede solo una, e nessuna più di quelle di punta della Pennata.

Degli arsenali e delle caserme, che dovevano esistere nel luogo, non restano tracce, e abbiamo per il resto solo resti sparsi, riferibili per lo più a ville; quelli sulla punta della Sterparella potrebbero appartenere alla residenza del prefetto della flotta, da dove Plinio il Vecchio, all’epoca praefectus classis, partì per portare soccorso a Pompei. Nel nome della spiaggia di Miliscola si conserva il ricordo della militum schola, il campo di esercitazione, ricordata come schola armaturarum in un’iscrizione del IV sec. d.C. ivi rinvenuta.

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                                            Wanda Spiniello

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