Lago di Lucrino

Lo specchio d’acqua del Lago Lucrino si presenta oggi modesto e poco profondo, con l’aspetto di un tipico bacino lagunare, diviso dal mare da uno stretto braccio di terra (ampio circa 180 m), limitato a est dal Monte Nuovo, a ovest dalle colline di Baia, a nord da una piccola piana incassata fra il monte delle Ginestre e il lago d’Averno. Per avere un’idea corretta della forma che di volta in volta nel passato ha assunto il lago, bisogna tener conto sia del bradisismo che da tempo immemorabile interessa tutta la fascia costiera flegrea che della grande eruzione del 1538, che portò alla formazione del Monte Nuovo.

In età greco-romana la linea costiera era molto più esterna all’odierna linea di costa il bacino lacustre era molto più ampio, e la striscia di terra che separava il lago Lucrino dal mare si intravede ancor oggi, circa mezzo chilometro fuori costa. Lungo quest’argine correva un’antica via, detta Erculea (Herculana o Herculanea), in quanto secondo il mito era stata realizzata da Ercole per condurvi i buoi di Gerione.

Il lago Lucrino era chiamato in antico “Acherusio” perché vi si identificava la Acherusia palus (nome attribuito più spesso al lago Fusaro); altre volte il lago era identificato con i fiumi infernali Cocito o Piriflegetonte. Alle varie leggende contribuivano non poco la prossimità col lago Averno, considerato nell’antichità l’ingresso agli Inferi, e i fenomeni fisici inconsueti (ebollizioni, forse fuoriuscite, se non magmatiche, probabilmente sulfuree), dei quali parlano anche Virgilio e Servio, un commentatore dell’Eneide.

Plinio (Naturalis Historia III, 61) ci parla di un oppidum Cimmerium (una città dei Cimmeri) collocata fra il lago di Lucrino e il lago d’Averno;  Strabone (Geografia V, 4, 5, C 244-245) – riferendo Eforo – precisa che i Cimmeri vivevano in case sotterranee collegate fra di loro da gallerie, dove essi accoglievano anche gli stranieri che venivano sul posto per interrogare l’oracolo dei morti situato sotto terra (nekyomanteìon chthònion), e che proprio grazie all’oracolo essi traevano parte del loro sostentamento, con una tariffa per le consultazioni fissata dal loro re, ma molto probabilmente anche nutrendosi di parte delle carni degli animali sacrificati.

Il lago fu teatro di un noto racconto di Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, IX, 25): un delfino all’epoca di Augusto penetrò nel lago e un bambino, avendolo notato, prese l’abitudine ogni giorno di chiamarlo, dandogli da mangiare; fra i due nacque una grande amicizia, a tal punto che il delfino lo faceva montare in groppa, per portarlo sul suo dorso fino a Baia e, più tardi tornare a prenderlo per riportarlo a casa sua a Pozzuoli; questo durò per diversi anni, fino a quando un giorno il bambino non si ammalò e morì; il delfino però continuava a venire ogni giorno nel luogo consueto ad attendere invano che il bambino arrivasse, finendo per intristirsi sempre di più, fino a quando non morì anche lui.
Nel racconto di Plinio rivive forse il tema del fanciullo a cavallo di un delfino, abbastanza diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo.

Il nome Lucrino, assunto forse in età tardo-repubblicana, si fa derivare dal latino lucrum (lucro, guadagno, profitto) per gli allevamenti di pesci e soprattutto di ostriche che intorno all’anno 90 a.C. vi aveva installato il senatore romano Sergio Orata, divenendo in breve tempo uno degli uomini più ricchi dell’epoca.

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Nel I secolo a.C. a causa del moto bradisismico discendente, irrompendo le onde del mare nel lago e danneggiandone gli impianti, gli allevatori richiesero al Senato Romano di intervenire; le opere di restauro e di soprelevazione dell’istmo che separava il lago dal mare furono realizzate da Giulio Cesare, come ricorda Virgilio (Georgiche II, 161-164):

Nel golfo di Baia, dove la forza del calore fa sì che l’acqua ribollisca, ci sono due laghi, il Lucrino e l’Averno, presso il quale ci fu, un tempo, la città dei Cimmeri, e in seguito vi fu fondata la colonia di Pozzuoli. Un tempo nei due laghi c’era una così grande abbondanza di pesci, che i pescatori ricavavano sempre un gran guadagno dalla pesca smisurata; per questo essi, poiché anche i profitti erano grandi, pagavano ingenti tasse alla cassa dello stato. Ma troppo spesso la corrente del mare irrompeva con tanta forza nel lago da far uscire i pesci da quel luogo e da produrre gravi perdite per i pescatori. Allora questi chiesero aiuto a Gaio Giulio Cesare, il quale, con il consenso del senato, ordinò che, a spese pubbliche, fossero costruiti sbarramenti tra il lago e il mare, in modo che le tranquille acque del lago non fossero agitate dalle onde del mare e che non venisse mai meno l’abbondanza di pesci. In onore di Cesare questa opera fu chiamata Porto Giulio

Gli allevamenti di pesci e ostriche, molto redditizi, proseguirono poi per tutto il periodo dell’impero romano, come attestano le famose fiaschette vitree puteolane di IV secolo, sulle cui pareti sono rappresentati i principali monumenti della costa che va da Pozzuoli fino a Miseno. In modo particolare le fiaschette conservate a New York, Varsavia e Ampurias mostrano gli impianti di allevamento delle ostriche quali reticoli di palafitte realizzati con pali lignei, ai quali sono sospesi delle corde che – come delle collane – presentano infilate delle ostriche; la scritta OSTRIARIA che vi è associata, non lascia ombra di dubbio su quanto vi è rappresentato.

Il tracciato dell’antica via Erculea, che correva su quest’argine artificiale, oggi completamente sommerso per effetto del bradisismo, è ancor oggi ben riconoscibile quando nei giorni di mareggiata vi si infrangono le onde. Ne confermano l’esistenza, oltre numerose testimonianze letterarie (Diodoro Siculo, Properzio, Silio Italico), i resti sommersi di un selciato rilevato nel mare davanti a punta Epitaffio, che si inoltra verso il Lucrino.

Nell’età delle guerre civili, per fronteggiare la minaccia della flotta di Sesto Pompeo, Agrippa intorno al 37 a.C. decide di realizzare, attraverso la direzione dell’architetto Lucio Cocceio Aucto, adeguate strutture portuali dove basare la flotta di Ottaviano: fa unire quindi, con un canale artificiale lungo 300 metri e largo 50 metri, l’Averno al Lucrino e quest’ultimo al mare, fecendo tagliare l’istmo carrozzabile della Via Herculea e realizzando un canale di ingresso di 300 m formato da due lunghi muri paralleli, che veniva scavalcato da un ponte ligneo mobile che garantiva la percorribilità dell’istmo, e così letteralmente “facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno” (Cassio Dione CocceianoHistoriae Romanae XLVIII.50); nello stesso tempo fa realizzare una lunga galleria sotto il monte Grillo (cratere che circonda il lago), unendo l’area adiacente l’Averno al porto di  Cuma (vedi scheda 3 – Grotta di Cocceio). Secondo le descrizioni di Cassio Dione e Velleio Patercolo, il porto offriva, così organizzato, un adeguato rifugio per le navi da guerra (lago Lucrino), un ampio cantiere navale interno (lago Averno) e, grazie ai boschi limitrofi, abbondante legname per le navi. Portus Iulius possedeva un molo costiero lungo 372 metri, edificato su archi che poggiavano su quindici piloni quadrangolari; era protetto da una lunga diga foranea (sulla quale passava la Via Herculea che partiva dall’odierna Punta dell’Epitaffio per giungere fino a Punta Caruso a Pozzuoli (Strabone, Geografia V.4.310-313). Il  porto militare si sviluppava nella parte destra del lago Lucrino, mentre gli allevamenti ittici proseguivano nella metà sinistra (una ricostruzione precisa della situazione topografica di quest’epoca è mostrata da un plastico esposto nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello aragonese di Baia).

Il Portus Julius ebbe vita breve nel Lucrino, in quanto che il bacino, essendo poco profondo e andando soggetto a insabbiamento, risultò ben presto inadatto alle pesanti navi da guerra. Infatti già nel 12 a.C. la flotta militare imperiale venne trasferita a Miseno, mentre gli impianti portuali nel lago Lucrino continuarono a essere utilizzati per scopi civili e commerciali.

L’eco di questa grandiosa opera e del suo forte impatto con l’ambiente circostante è tramandata da Strabone: «Ora che la selva che è intorno all’Averno è stata fatta tagliare da Agrippa, tutto il luogo è stato adornato da edifici e si è aperta una grotta sotterranea dall’Averno a Cuma. Per opera di Cocceio, che fu autore di questa e dell’altra grotta che congiunge Napoli con Pozzuoli, tutta la leggenda è sfatata…».

Dopo il definitivo trasferimento della flotta militare a Miseno, avvenuta nel 12 a.C.,Portus Iulius mantenne a lungo (fino al IV secolo) la funzione di porto commerciale. In età augustea l’insediamento portuale prosperò notevolmente estendendosi verso Pozzuoli con la costruzione di due nuovi sobborghi (vici) cittadini: il vicus Lartidianus e il vicus Annianus.

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Sotto Nerone fu intrapresa la costruzione, interrotta alla sua morte, di un lungo canale navigabile (fossa Neronis), parzialmente rilevato dalle fotografie aeree, che avrebbe dovuto congiungere Portus Iulius a Roma, per consentire un traffico sicuro per le navi che rifornivano la capitale. La costruzione del canale fu di Nerone e non venne mai completata.

La zona, dopo la parentesi militare, ritorna ad essere un luogo sacro delle divinità infernali e alle cure termali, nonché luogo di lussuose residenze. Le infrastrutture portuali, nei secoli successivi sono legate al bradisismo. Cassiodoro ci informa che alla fine del V secolo, la diga foranea del porto ne fu distrutta e parte del materiale lapideo della stessa era stato riutilizzato per riparare le mura di Roma.

Nei secoli successivi si ha la completa scomparsa sott’acqua della diga e di tutte le strutture antiche, tanto che il Lucrino si unificò con il mare. In epoca altomedievale, nella prima metà del IX secolo i Campi Flegrei subirono la loro massima sommersione marina dovuta al bradisismo negativo (a Pozzuoli le colonne marmoree dell’antico mercato romano chiamato “Tempio di Serapide” vennero intaccate dai litodomi fino a un’altezza di 6,30 m dal piano pavimentale). In questa epoca probabilmente il lago Lucrino non esisteva più, essendo completamente sommerso dal mare. Il Boccaccio, visitando la zona flegrea a metà Trecento, notava che il mare agitato irrompeva addirittura nel lago Averno.

Ancora nel ‘500 il Lucrino risultava sommerso dal mare e appariva come una profonda insenatura marina che raggiungeva l’imboccatura del lago d’Averno, baia sulla quale si affacciava il villaggio di Tripergole. A seguito dell’opera divulgativa di Pietro da Eboli (De Balneis Puteolanis o il De Balneis Terrae Laboris, scritta nel XIII secolo alla corte di Federico II di Svevia), gli Angioini incoraggiarono la popolazione all’uso delle sorgenti flegree a fini terapeutici. Sul lago Lucrino, presso una piccola collinetta di tufo (chiamata Monticello del Pericolo) su cui essi avevano edificato un castello, sorse ben presto il villaggio di Tripergole. Esso si sviluppò dove più numerose si addensavano le fonti e gli impianti termali romani, proprio a seguito dell’afflusso dei numerosi malati. Il villaggio, oltre ad avere un certo numero di case, aveva una chiesa nel castello (dedicata allo Spirito Santo e a Santa Marta) mentre nel villaggio vero e proprio vi era una seconda chiesa dedicata a Santa Maddalena, un ospedale con circa 30 letti fatto costruire da Carlo II d’Angiò con annessa una farmacia su progetto dell’architetto e scultore Gagliardo Primario, e poi tre osterie per i forestieri, e infine una casina di caccia reale, e una cavallerizza.

 Nel periodo rinascimentale, per effetto dell’eruzione che forma l’edificio vulcanico di Monte Nuovo, si ha un parziale sollevamento dell’area con la ricostituzione parziale del bacino lacustre del Lucrino, ora molto meno esteso rispetto a quello antico. Il 29 settembre 1538, dopo una serie di fenomeni precursori (terremoti, ritiro del mare a seguito di una imponente sollevazione del suolo, boati, ecc.) con una eruzione vulcanica durata appena 5 giorni, sorge il Monte Nuovo. L’eruzione cambia radicalmente la topografia del luogo: cancella completamente il villaggio di Tripergole con tutti i suoi edifici civili, religiosi e militari; scompare il Monticello del Pericolo; vengono totalmente distrutte le antiche sorgenti termali e sepolti i rispettivi impianti di epoca romana che si trovavano presso il villaggio (da Pietro da Eboli chiamate: Balneum Ciceronis o Balneum Prati; Balneum Tripergula; Balneum Arcus; Balneum Raynerii; Balneum de Scrofa; Balneum de Sancta Lucia; Balneum de Cruce); vengono distrutti per sempre anche i resti della villa di Cicerone chiamata Academia; scompare anche una grande sala termale romana, di forma circolare caratterizzata da sei finestre nella cupola, chiamata “Truglio” , simile a quello di Baia seppure di dimensioni minori e del quale abbiamo una pianta disegnata da Giuliano da Sangallo, la cui didascalia recita: “Ale III Perghole, ed evi VI lumi nela volta“.

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Probabilmente negli anni successivi all’eruzione il suolo ridiscese progressivamente: secondo alcuni ritornando alla quota che aveva nel 1530; secondo altri abbassandosi di circa 3 m. Una tavola conservata al Museo di San Martino a Napoli (edita da E. Duchetti a Roma nel 1586) che ritrae una veduta generale a volo d’uccello dei Campi Flegrei da Posillipo fino a Cuma, mostra un Lucrino praticamente inesistente, a una quota di diversi metri al di sopra del livello del mare.

Testimonianze tangibili del fenomeno del bradisismo si registrano anche nel Settecento, quando è ben documentato l’inabissamento dell’isolotto Calypso, appena al largo dell’odierno centro di Pozzuoli: l’antico isolotto, dove si ipotizza sia stato condotto San Paolo durante lo sbarco presso la darsena grande dell’antica Pouteoli, giace a soli pochi metri di profondità, ricoperto in gran parte da un moderno pontile in calcestruzzo utilizzato per consentire l’attracco alle piccole imbarcazioni da diporto. Confrontando la veduta aerea del porto di Pozzuoli con il rilievo dei fondali della darsena, è confermata l’esistenza di una piccola piattaforma, a poche centinaia di metri dalla costa: trova conferma quanto rappresentato in una cartografia del XVIII sec., il cosiddetto Disegno Bellori, datato 1764, incisione in acquaforte ripresa da un più antico dipinto parietale rinvenuto durante un opera di scavi nel 1668 sul’monte Esquilino a Roma che ritraeva l’antica città di Puteoli.

A testimoniare l’esistenza dell’antica isola, fino alle soglie dell’età contemporanea, nelle acque del porto di Pozzuoli era possibile scorgere un piccolo scoglio sormontato da murature dirute, ove erano solito attraccare piccole barche di pescatori.

Al giorno d’oggi il lago Lucrino è ridotto a un decimo di quello che era stata la sua originaria estensione in epoca romana, e dà il nome a una piccola frazione del comune di Pozzuoli, che comprende gli insediamenti abitativi sorti intorno al lago, disseminati ai piedi del Monte Nuovo. Seppure notevolmente ridotte rispetto all’epoca antica, tuttavia non mancano in zona sorgenti di acque termali, quali le “Stufe di Nerone”, situate ai piedi del Monte delle Ginestre, dove sono tuttora in uso alcune strutture di epoca romana quali gli ambienti voltati delle saune e una fangaia di forma circolare all’aperto; in riva al mare, ai piedi del Monte Grillo, è possibile ancor oggi immergersi nelle acque bollenti in apposite vasche situate sulla spiaggia.

Un antico laconicum (sauna) realizzato dai Romani nella collina tufacea di Tritoli e conosciuto nel medioevo come Sudatorium Trituli o Sudatorium Magnum, situato al di sopra della galleria della Ferrovia Cumana, e consistente in alcune stanze rettangolari fornite di letti in tufo dalle quali si dipartono due profondi cunicoli che si addentrano per circa 80 m all’interno della montagna e dai quali si sprigionano calde esalazioni che tuttora, è ancor oggi occupato abusivamente.

Il porto romano venne riscoperto nel 1956 grazie alle foto aeree scattate dal pilota (e sub) militare Raimondo Bucher. Attraverso quelle foto e i rilievi subacquei effettuati recentemente dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici, è stato evidenziato un complesso sommerso – corrispondente al porto antico e ad un tratto della via Herculanea – che si estende per circa 10 ettari ad una profondità variabile da 2,50 a 5 metri circa.

I resti dell’antico porto, attualmente sommersi nel mare per effetto del bradisismo, sono ancor oggi ben riconoscibili dall’alto: si distinguono due bacini quadrati delle tre darsene esistenti; essi terminano sulla destra, dove si distinguono due muri paralleli corrispondenti al canale di collegamento con il mare, antico ingresso per le navi nel lago.

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Portus Iulius possedeva un molo costiero lungo circa 370 metri, edificato su archi che poggiavano su quindici piloni quadrangolari. Era difeso da una lunga diga – sulla quale passava la Via Herculea (o Via Herculanea) – che partiva dalla Punta dell’Epitaffio, presso Baia, per giungere fino a Punta Caruso, e che includeva l’ingresso al canale navigabile che conduceva al Lucrino. Il complesso militare era completato dai camminamenti sotterranei (vedi scheda 6 – Grotta di Cocceio) commissionati da Agrippa per mettere in comunicazione sicura il lago d’Averno con il porto di Cumae, come viene descritto da Strabone nella sua Geografia.

Del complesso è stata rilevata direttamente solo la parte orientale. Vi si può osservare il tracciato di una via che passa fra i resti di due file parallele di magazzini portuali, con alzati di murature in opera reticolata, intonaci, casseforme lignee, impianti idraulici e poi un edificio più vasto con un orientamento diverso da tutte le altre strutture, in prossimità di Punta Epitaffio, nel quale recentemente è stato riconosciuto il palazzo imperiale di Claudio (vedi scheda 9 – Punta Epitaffio) .

 

Gerardo Troncone

 

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