Lago di Averno

Il lago d’Averno (più correttamente Lago Averno), ampio circa 0,65 km² e profondo mediamente 34 m,  è uno specchio di acque cupe dalla forma ellittica che occupa un antico cratere vulcanico spento nato circa 4.000 anni fa.

Le sue acque sono immote e scure, le ripide pareti che lo circondano sono coperte da boschi mentre quelle a pendenza più dolce sono occupate da vigneti a terrazza.

In passato si racconta che le acque esalassero gas che non permettevano la vita agli uccelli: da sarebbe derivato il nome Avernus, dal greco Aornon, luogo senza uccelli; c’è chi invece riconduce il nome di Averno a  quello di un locale dio degli Inferi.

La flora comprende lecci, salici bianchi, cannucce, salicornie, ginestre, pini marittimi e sparti. La fauna è composta da pesci, rane e gamberetti d’acqua dolce nello specchio d’acqua (tra cui bavose di acqua dolcealborelle e specie alloctone come persicigambusie ma anche pesci rossi e tartarughe d’acqua dolce), da rettili (biacco e cervone), mammiferi (con varie specie di pipistrelli) e uccelli (oltre una comunità stanziale di folaghe, si registra la presenza di svassi maggiorigermani reali, gabbiani corsi, cormorani, martin pescatori, gabbiani corallini, gabbiani reali).

Gli antichi vi posero le porte dell’ Ade, ovvero l’ingresso agli inferi. Così Virgilio, nel VI libro dell’Eneide: «Era un’alta spelonca la cui bocca / fin nel baratro aperta, ampia vorago / facea di rozza e di scheggiosa roccia. / Da negro lago era difesa intorno / e da selve ricinta annose e folte. / Uscia de la sua bocca a l’aura un fiato / anzi una peste, a cui volar di sopra / con la vita agli uccelli era interdetti; / onde da Greci poi si disse Averno».

Altrettanto esplicito è il passo di Strabone riguardante le tradizioni religiose che vi aleggiavano: «L’Averno è circondato da ogni parte, eccetto che all’entrata, da rupi a picco, le quali, se sono state ora attenuate dalla mano dell’uomo, erano un tempo invece ricoperte da una selva aspra e inaccessibile di alberi altissimi, che con le loro ombre rendevano il luogo adatto a ogni superstizione…, vi ci si accostava solo dopo essersi propiziati con sacrifici gli dèi infernali e sotto la guida di sacerdoti che traevano profitto da questa superstizione…; qui presso vi è anche un oracolo…; questa è la tradizione antica».

Lo stesso Annibale nel 209 a.C., durante la campagna nella zona flegrea, venne a compiervi un sacrificio (lustratio ad iter Averni).

Dopo che Giulio Cesare fece costruire il possente sbarramento lungo la linea di costa, a protezione dell’antistante lago Lucrino, nell’età delle guerre civili, sotto la minaccia della flotta di Sesto Pompeo, Agrippa intorno al 37 a.C. decise di potenziare le strutture portuali dove stanziare la grande flotta di Ottaviano: unì quindi con un grande canale navigabile l’Averno al Lucrino e quest’ultimo al mare (vedi scheda 7 – Lago Lucrino); nello stesso tempo realizzò una galleria sotto il monte Grillo (cratere che circonda il lago), unendo l’area adiacente l’Averno al porto di  Cuma (vedi scheda 3 – Grotta di Cocceio).

L’eco di questa opera è tramandata da  Strabone: «Ora che la selva che è intorno all’Averno è stata fatta tagliare da Agrippa, tutto il luogo è stato adornato da edifici e si è aperta una grotta sotterranea dall’Averno a Cuma. Per opera di Cocceio, che fu autore di questa e dell’altra grotta che congiunge Napoli con Pozzuoli, tutta la leggenda è sfatata…».

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Gerardo Troncone

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