Condotto a Monte Uovolo

Il grande acquedotto, subito dopo la captazione delle sorgenti alla località Acquaro di Serino, attraversa il fiume Sabato e ne costeggia la sponda sinistra in direzione nord-ovest; quindi si mantiene sulle pendici delle colline ove sorge l’odierno centro di Cesinali e raggiunge, sempre mantenendosi sulla sponda sinistra del Sabato, le falde della collinetta Monte Uovolo, così denominata per la sua forma o, più verosimilmente, per derivazione dall’antico nome di Mons Iovis, che riconduce a un luogo sacro dell’antica Abellinum, il municipio romano ubicato sulla vicina collina della Civita, in territorio di Atripalda.

In questo punto è ancor oggi visibile, in quanto affiorato a seguito di un movimento franoso di anni addietro, un significativo tratto dell’antico condotto ed è possibile apprezzare l’eccezionale qualità della costruzione, che ha superato indenne 2000 anni di storia.

Il condotto, proseguendo oltre questo punto, si mantiene sulle falde della piccola collina seguendo la curva di livello, descrive quindi una stretta curva piegando in direzione sud-ovest, e passa in territorio di Aiello del Sabato, mantenendosi a valle dell’odierno centro di Bellizzi Irpino (Avellino), per raggiungere poi il territorio di Contrada e da qui compiere il salto per discendere verso la valle di Montoro.

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La vista di ques’antica testimonianza materiale ci dà l’occasione per effettuare una breve ricognizione sulla inarrivabile tecnica impiegata dagli ingeneri romani per la realizzazione degli acquedotti, che trova peraltro ampia esemplificazione proprio nell’Acquedotto Augusteo, che non dimentichiamo essere il più importante acquedotto realizzato da Roma nel territorio dell’Impero in tutto il lungo corso della sua storia.

Di tutte le grandi opere di ingegneria antica, gli acquedotti romani sono tra le più significative. “A tali costruzioni, necessarie per così ingenti quantità d’acqua, oseresti paragonare le inutili piramidi d’Egitto oppure le opere dei Greci tanto famose quanto improduttive?”, scrisse Sesto Giulio Frontino, governatore romano e curator acquarum, autore del “ De Acque Urbis”.

In passato le città venivano generalmente costruite in prossimità di abbondanti riserve d’acqua, e Roma non faceva eccezione. In origine, il Tevere e le vicine fonti e sorgenti fornivano acqua a sufficienza. A partire dal IV secolo a.C., però, Roma crebbe rapidamente e di conseguenza anche il suo fabbisogno idrico. Pochi avevano l’acqua corrente in casa, di conseguenza i romani costruirono centinaia di bagni pubblici e privati, chiamati in seguito terme. Il primo di questi stabilimenti nella città di Roma era alimentato dal condotto dell’Acqua Vergine, inaugurato nel 19 a.C..

Il costruttore dell’acquedotto fu Marco Agrippa, intimo amico di Cesare Augusto. Egli impiegò gran parte delle sue ingenti ricchezze per ristrutturare e ampliare il sistema di approvvigionamento idrico di Roma. Le terme diventarono veri e propri luoghi di ritrovo e nelle più grandi c’erano perfino giardini e biblioteche. Non potendo interromperne il flusso, gli acquedotti facevano fluire l’acqua dalle terme alle fognature che venivano in questo modo ripulite continuamente dai rifiuti, inclusi quelli organici provenienti dalle latrine degli stabilimenti.

Pensando ad un acquedotto romano ciò che viene in mente è una serie di altissime arcate che si estendono a perdita d’occhio. In realtà, queste costituivano meno del 20% degli acquedotti, che per la maggior parte avevano un percorso sotterraneo. Questo tipo di progettazione era più efficiente  dal punto di vista economico, non solo perché gli acquedotti erano protetti dall’erosione, ma anche perché era ridotto al minimo l’impatto sui campi e sui vicini centri abitati. Un esempio è il condotto dell’Acqua Marcia completato intorno al 140 a.C.: dei suoi 92 Km di lunghezza solo 11 erano costituiti da arcate.

Prima di costruire un acquedotto, gli ingegneri esaminavano la qualità dell’acqua di una potenziale fonte valutandone la limpidezza, la portata e il sapore. Osservavano anche la condizione fisica di chi normalmente la beveva. Se il sito superava l’esame, i topografi calcolavano il percorso corretto e la pendenza del condotto, nonché le dimensioni e la lunghezza del canale. Molto probabilmente erano gli schiavi a essere impiegati come manodopera. Potevano volerci anni per portare a termine la costruzione degli acquedotti, per cui si trattava di opere dispendiose soprattutto se erano previste delle arcate.

Inoltre gli acquedotti richiedevano interventi di manutenzione e conservazione. Per un certo periodo, nella città di Roma vennero impiegate a questo scopo circa 700 persone. Il progetto comprendeva anche tutto ciò che sarebbe servito per gli interventi di manutenzione. Per esempio, le sezioni sotterranee degli acquedotti erano rese accessibili tramite pozzetti e condotti. Se era necessario fare una riparazione di una certa entità, gli ingegneri potevano deviare temporaneamente il corso dell’acqua dalla zona danneggiata.

All’inizio del III secolo d.C., la città di Roma era già servita da 11 acquedotti principali. Il primo, costruito nel 312 a.C. e lungo poco più di 16 chilometri, fu quello dell’Acqua Appia, quasi completamente sotterraneo. Ancora in parte conservato è l’Acquedotto Claudio, lungo circa 69 Km, di cui 10 costituiti da arcate, alcune alte anche 27 metri.

Ma quanta acqua erano in grado di trasportare gli acquedotti?  Il condotto dell’Acqua Marcia, menzionato in precedenza, trasportava ogni giorno a Roma 190.000 metri cubi d’acqua. Dopo essere arrivata nei pressi dell’area urbana, sospinta dalla forza di gravità, l’acqua raggiungeva vasche di distribuzione; poi, attraverso diramazioni, defluiva verso altre vasche di distribuzione o verso qualsiasi luogo in cui si utilizzava acqua. Si calcola che la rete idrica di Roma crebbe al punto che ogni singolo abitante avrebbe potuto usufruire di oltre 1.000 litri d’acqua al giorno.

Con l’espansione dell’impero, “gli acquedotti arrivavano laddove giungevano i romani”, dice il libro “Roman Aqueducts & Water Supply”. Basta visitare l’Asia Minore, la Francia, la Spagna e il Nord Africa per rimanere ancora oggi affascinati osservando questi capolavori di ingegneria antica.

1   Fonte – “caput aquae”: il termine “captazione” deriva dal latino captare, “prendere”. Indica il luogo dove gli ingegneri romani concentravano le acque per poi incanalarle attraverso un condotto. Gli antichi chiamavano questo luogo “caput aquae”, cioè luogo d’origine dell’acquedotto.

2   Sfiatatoi verticali – “putei”: sono dei pozzi verticali realizzati lungo il tracciato dell’acquedotto sotterraneo utilizzati dai romani per accedere alle gallerie durante gli scavi ed aerarle, per portare all’esterno il materiale di scavo e per eseguire successive ispezioni e manutenzioni; normalmente rimanevano chiusi da una lastra di travertino dotata di un foro centrale chiuso da un eventuale ulteriore blocchetto di pietra. Altra importante funzione era quella di permettere la fuoriuscita dell’aria, e quindi andare a diminuire le sovrappressioni generate, per emulsione, dall’acqua.

3   Vasca di sedimentazione – “piscina limaria”: si tratta di vasche che consentivano all’acqua di liberarsi di tutte le impurità trasportate durante il tragitto: fango, foglie etc.

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Immagine riprodotta da Giovanni DE FEO

4-5   Galleria – Trincea coperta: si parla di galleria o trincea coperta in quei tratti dell’acquedotto in cui il percorso si sviluppava in sotterraneo: era circa l’80% del percorso a svilupparsi in questo modo.

6 e 9   Ponte canale – Arcate: in prossimità di una valle il condotto poteva seguire il fianco della montagna, oppure superarla utilizzando ponti canale, vennero infatti adoperati per superare sia valli strette e profonde (es. Pont d’Ael – Cogne) sia molto ampie (es. Pont du Gard – Francia; Segovia – Spagna). Il condotto veniva posizionato sopra ad imponenti arcuazioni, per oltrepassare larghi avvallamenti, ma anche per percorrere i terreni pianeggianti che si incontravano in prossimità delle città Importante era infatti consentire il regolare deflusso idrico a pendenza il più possibile costante e nello stesso tempo mantenere una quota sufficientemente sopraelevata: tanto più l’acqua viaggiava in alto e tanto maggiore era il numero dei quartieri che poteva raggiungere. I ponti canale, a seconda dell’altezza a cui si intendeva far scorrere lo speco, potevano essere costruiti con più ordini di arcate; tuttavia è plausibile pensare che i Romani rifiutassero l’utilizzo di questa tecnica, per possibili problemi di stabilità, quando la profondità della valle superava i 50 metri.

7   Sifone rovescio: nei casi in cui risultava impossibile, per motivi tecnologici, optare per soluzioni a pelo libero si utilizzavano queste tipologie di strutture idrauliche in pressione. Il sifone presentava maggiori difficoltà dal punto di vista idraulico per almeno due motivi: il passaggio dal canale aperto alla condotta forzata e la pressione a cui erano sottoposte le tubazioni. Particolare attenzione veniva fatta per scongiurare la presenza di aria nella condotta forzata, la quale poteva creare dei problemi alla continuità. A tal proposito ricordiamo che alcuni blocchi della conduttura in pietra dei sifoni di Aspendos e Laodicea presentavano una foratura tale da permettere sia lo sfiato dell’aria sia l’eventuale immissione di un disincrostante (probabilmente aceto caldo) per la pulizia del condotto stesso (Caruso, 2000). In prossimità dell’avvallamento l’acqua proveniente dal canale a pelo libero veniva convogliata in una vasca di carico dalla quale partiva la tubazione che scendeva lungo il crinale per risalire dalla parte opposta, ad una quota sensibilmente minore a causa delle perdite di carico. Nella parte più bassa la tubazione veniva sopraelevata rispetto al terreno e sorretta da una struttura ad arco che correva lungo tutta la valle. Le tubature dei sifoni costruite in piombo venivano sigillate con mastice per saldatura; tuttavia, siccome alcuni di questi manufatti furono realizzati per il superamento di valli molto ampie e profonde, le pressioni in gioco erano notevoli ed in grado di generare difettosità nei punti di giunzione. Il problema della pressione e del cedimento dei tubi venne in pratica affrontato utilizzando più tubi di piccolo diametro (generalmente una decina) anziché uno soltanto di grande sezione; tale soluzione era stata applicata nei sifoni dell’acquedotto romano di Lione, come testimoniano i reperti ancora oggi visibili in zona. Alcuni sifoni, soprattutto quelli costruiti nelle zone dove il piombo era difficilmente reperibile oppure quelli progettati per resistere a pressioni molto elevate, utilizzavano tubi in pietra, realizzati con configurazione maschio-femmina, incastrati tra loro e sigillati con una malta “autoconservativa”, così detta perché a contatto con l’acqua era in grado di aumentare il suo volume, migliorando l’impermeabilità dei giunti stessi (Caruso, 2000). Mentre le opere in muratura sono sopravvissute al trascorrere dei secoli, delle tubazioni in piombo che ne facevano parte non è rimasta praticamente traccia; il metallo venne infatti totalmente riutilizzato nelle epoche successive per i più svariati impieghi tecnologici e militari.

8   Sostruzione – Substrutio: è una struttura muraria continua utilizzata quando lo speco rimaneva al di sopra del livello del terreno ma non sufficientemente alto da poter realizzare le arcate, potrebbe sembrare strano che questa tipologia di sovrastruttura non sia stata preferita alla tipologia ad arcate (ovviamente più complessa dal punto di vista costruttivo). Occorre intanto considerare che la realizzazione di una lunga muratura avrebbe impedito il passaggio a persone e animali, creando quindi un certo disagio in chi frequentava quel luogo e probabilmente grossi problemi in caso di forti piogge; ma se fosse stato questo il problema si sarebbero evidentemente potuti limitare a realizzare solo pochi archi nei fondi valle o in punti strategici e non una schiera continua di arcate.

La motivazione va ricercata, probabilmente, nel dimezzamento del materiale da costruzione necessario, introducendo una complicazione tecnica che evidentemente era risolta senza eccessivi problemi da pochi operai molto specializzati ed esperti aiutati da una gran quantità di operai scarsamente specializzati; infatti la realizzazione di un arco, una volta acquisite le necessarie capacità tecniche, non era molto più complessa della realizzazione di una muratura continua; costruire un muro continuo che poteva arrivare ad un’altezza di anche decine di metri richiedeva evidentemente la stessa cura ed attenzione richieste dalla realizzazione di una struttura su arcuazioni: pensando ad una muratura in opera quadrata è evidentemente necessario realizzare i blocchi con altezze uniformi e con tagli precisi e paralleli, e quindi con la stessa precisione richiesta per realizzare i piedritti degli archi altrimenti la struttura non si sosterrebbe; usando gli archi, a fronte della lieve maggior difficoltà tecnica (la realizzazione di alcuni blocchi a concio, la posa in opera della centina ed un maggior lavoro per regolare la lunghezza dei massi), si poteva però utilizzare circa la metà del materiale da costruzione dimezzando così il gravoso problema del reperimento, lavorazione e trasporto del materiale stesso. Analogo discorso può farsi per gli archi in laterizio; l’unica difficoltà tecnica ulteriore è l’utilizzo della centina, ma il risparmio di calce, pozzolana e caementa è evidente, anche se non si ha un risparmio nei mattoni del rivestimento.

10   Bacino di distribuzione – “castellum aquae”: era situato nel punto più alto della città. Si  tratta di un manufatto estremamente interessante, grazie al quale è possibile fare considerazioni non solo di tipo ingegneristico, bensì anche sociologico.

La distribuzione dell’acqua era selettiva, ed avveniva in base al quantitativo disponibile: dal castellum, l’acqua veniva convogliata in diversi condotti, che servivano diverse tipologie di utenze. Grazie al sistema di paratie di altezze differenti era possibile escludere (a seconda della quantità d’acqua che arrivava nel castellum) uno o più condotti: le fontane pubbliche erano generalmente le ultime a rimanere sprovviste d’acqua.

Molto interessante è anche il sistema di filtri ideato per distribuire alle utenze solo acqua quanto più pulita possibile: il primo filtro era costituito da una griglia che serviva a bloccare foglie, rami, o qualsiasi cosa potesse arrivare nel castellum tramite il condotto; il secondo filtro, invece, era costituito dalle stesse paratie di cui sopra, che permettevano il passaggio dell’acqua solo se questa superava una certa altezza. Veniva a formarsi così una sorta di vasca di decantazione che garantiva il passaggio solo ad acqua depurata per effetto del deposito, sul fondo della vasca, di tutti gli elementi più pesanti.

11   Rete idrica interna – “fistulae”: La complessa rete di condotte idriche che attraversava l’antica Roma, ma anche le città della penisola Italica e quelle edificate in tutto l’Impero, richiedeva una produzione su larga scala di tubazioni. Quelle di grosso diametro venivano costruite da vere e proprie fabbriche, mentre i tubi di diametro inferiore, le valvole, i manicotti e la raccorderia varia venivano prodotti direttamente da piccoli artigiani. Dal piombo fuso si creavano lastre che venivano piegate e saldate longitudinalmente per creare tubi, con diametri e lunghezze normalizzate. La larghezza della lastra determinava il diametro del tubo, mentre la lunghezza era standardizzata a 10 piedi, circa 3 metri, per consentire il trasporto sui carri. Il calibro più noto a Roma era la quinaria, ovvero il tubo con diametro da 5/4 di pollice, ma il sistema dei tubi quinari ne comprendeva in tutto 25 differenti, ognuno con una specifica capacità di erogazione. Resti di acquedotti romani sono presenti a Roma, in Italia ed in tutti i territori appartenenti all’Impero: oltre centocinquanta imponenti opere, sparse in almeno venti Stati e tre continenti, sono diventate il simbolo di un’epoca nella quale l’idraulica applicata ha visto il massimo splendore.

Ilaria Limongiello

BIBLIOGRAFIA

Giovanni De Feo – “Sviluppo storico dell’Acquedotto Augusteo in Campania: venti secoli di lavori tra Serino e Napoli”;

  1. Caruso – “Condutture e acquedotti romani in Asia Minore”, 2000;
  2. Temporelli – “Gli acquedotti romani”.

 

 

 

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