Arco Felice

Costruito intorno al 95 d.C. per consentire il passaggio della via Domitiana attraverso il monte Grillo, l’arco costituiva l’ingresso monumentale della città di Cuma lungo il lato orientale. Realizzato in opera laterizia e rivestito di lastre marmoree, l’arco era costituito da un alto fornice  sormontato da due ordini di archi; i piedritti presentavano su entrambe le facce tre nicchioni destinati ad accogliere le statue.

Gli archi superiori poi furono murati nella prima metà del Settecento, mentre la facciata orientale ha perso il suo aspetto originario in seguito a dei restauri del XVIII sec. perdendo l’articolazione in nicchioni. Dell’originaria struttura romana sono visibili solo l’intradosso e parte della facciata occidentale.

Nell’irregolare disposizione dei rilievi collinari dei vecchi crateri flegrei, l’apertura di una nuova strada, il più possibile rettilinea, creava non pochi problemi. Di qui la necessità di aprire tunnel (cryptae) nei monti di Cuma, nel monte Grillo e di Posillipo, o di tagliare presso Quarto la «Montagna Spaccata» con una profonda sezione verticale. Il problema del superamento del monte Grillo, ripropostosi ai costruttori del braccio della Domitiana tra Pozzuoli e Cuma, fu risolto appunto con il metodo della «montagna spaccata».

La cresta, in cui forse già in età greca si apriva il valico delle «porte che vanno all’Averno», fu tagliata con una profonda sezione, e sul valico fu impiantato un poderoso fornice alto m 20 e largo 6, sormontato da altri archi, costruito per assicurare le comunicazioni tra i due tronchi della cresta e, al tempo stesso, contrastare le spinte, onde evitare frane dai fianchi del monte.

La datazione dell’arco va dedotta da quella della via Domitiana stessa, costruita appunto dall’imperatore Domiziano intorno al 95 d.C. per abbreviare le comunicazioni tra Roma e i porti di Pozzuoli e Miseno, evitando il lungo giro imposto dall’Appia, che da Sinuessa si addentrava verso l’interno fino a Capua, e poi dalla via Campana, da Capua a Pozzuoli.

La nuova arteria era stata costruita con grande rapidità, superando le notevoli difficoltà di un terreno naturalmente paludoso e malsano, ed è decantata con tono adulatorio da Stazio nelle Silvae (IV 3) come capace di portare un viandante in un solo giorno dalle rive del Tevere alle acque del Lucrino.

Superata la rocca di Cuma, di cui lambiva le pendici orientali (al XXX miglio dalla confluenza sull’Appia), la via si addentrava tra il lago di Licola, oggi prosciugato, e la silva Gallinaria, e raggiungeva, al XXIV miglio, Literno; infine oltrepassata Volturnum e il fiume omonimo su un grande ponte presso Castelvolturno, al XII miglio, terminava sboccando nell’Appia, presso Sinuessa, al CVI miglio da Roma. Del tracciato stradale, basolato con cura e fiancheggiato ancora da paracarri lapidei, disposti alternativamente lungo le crepidini dei marciapiedi, restano qua e là alcuni tratti in vista, ad esempio a Cuma presso la masseria Poerio e, più avanti, oltre il Casino di Licola.

Wanda spiniello

 

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